manifestazioni non solo a roma ma anche in altre città d'italia contro i tagli del milleproroghe Roma. "La vera terra dei barbari non è quella che non ha mai conosciuto l'arte ma quella che, disseminata di capolavori, non sa né apprezzarli né conservarli". La frase è di Proust e calza a pennello per la situazione delle cultura in Italia, secondo gli organizzatori delle proteste andate in scena ieri contro i tagli del decreto Milleproroghe. Il cuore della mobilitazione è stata Roma, dove centinaia di persone hanno raccolto l'appello "Abbracciamo la cultura" lanciato dalla Cgil e da altre associazioni e sigle sindacali (Wwf, Legambiente, Arci, Acli, Fnsi) marciando in fila indiana intorno al Colosseo. Ma altre iniziative sul tema si sono svolte anche in altre città, comprese Siracusa, Selinunte e Palermo, fino a Carrara, Torino, Matera, tutte colpite dalla scure degli ulteriori tagli imposti dal governo con l'ultimo decreto. A rischio di sopravvivenza, ormai, sono moltissimi settori vitali della cultura, dal teatro alla musica, alla conservazione e valorizzazione del patrimonio artistico. E il danno che ne deriva non è solo per l'identità civile dell'Italia, terra di arte e cultura per eccellenza, ma anche per l'occupazione di migliaia di lavoratori e per l'economia di un Paese che potrebbe produrre grande ricchezza investendo sull'arte. "Difendere la cultura è una straordinaria battaglia per la libertà e la democrazia", ha detto il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, di fronte a centinaia di manifestanti riuniti davanti al Colosseo. L'idea originaria era di creare un girotondo intorno all'anfiteatro Flavio, ma a causa della pioggia il numero dei partecipanti non era sufficiente ad abbracciare l'imponente edificio. "Dovremmo dare modo alle giovani generazioni di accedere al patrimonio culturale - ha aggiunto la Camusso - invece la politica del governo è orientata a tagliare gli strumenti che permettono di avere una propria opinione". Un grido d'allarme arriva dal presidente della prestigiosa Accademia nazionale di Santa Cecilia, Bruno Cagli, che per il suo ente parla di "situazione drammatica e insostenibile". Al punto che, se non ci sarà un'inversione di rotta ("tutte le promesse sono state disattese") dovranno essere sciolti il coro, considerato tra i migliori d'Europa, e l'orchestra giovanile, fucina di nuovi talenti. Molto amareggiata anche la presidente della Fondazione Teatro Stabile di Torino, Evelina Christallin, costretta a "bloccare" le nuove produzioni da ottobre a dicembre. "Abbiamo constatato che non fare il referendum nello stesso giorno delle Amministrative significa 300 milioni di euro di mancati risparmi, che corrispondono a due anni di Fondo unico per lo spettacolo non reintegrato - osserva - sarebbe bastato questo per consentire a tutti di vivere in maniera dignitosa". La frase di Proust campeggia in tutte le manifestazioni, dove sono state raccolte firme per chiedere maggiore trasparenza nella gestione del patrimonio. Ma la protesta non trova interlocutori nel governo, dove il ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi, ha annunciato le dimissioni. Non per mancanza di risposte ad un settore che continua a perdere pezzi come la casa del Gladiatore crollata a Pompei nell'autunno scorso, ma per l'assenza di vicinanza e solidarietà da parte dei colleghi ministri. 06032011