Lacrime di coccodrillo Mentre il ministro Sandro Bondi piange chiedendo di poter dare le dimissioni dal Ministero (che peraltro ha pochissimo frequentato, fin dagli esordi), il mondo dello spettacolo gli dà uno schiaffo istituzionale disertando, per la prima volta nella storia, i lavori della Consulta. Accusa lui e il suo governo di aver «pervicacemente» puntato a tagliare investimenti e occupazione. Oggi il mondo dei beni culturali ha organizzato al Colosseo e presso altri monumenti manifestazioni per «abbracciare» quei cari siti lasciati in pratica senza fondi né tutori. Una sorta di rigetto collettivo mai visto da parte di esponenti del mondo sindacale, associativo, culturale, tecnico-scientifico. L'altra sera al concerto di Martha Argerich, il presidente dell'Accademia di Santa Cecilia, Bruno Cagli, uomo non impulsivo, ha denunciato la insostenibile situazione di una Fondazione (una delle poche) che già vive di risorse proprie, fra abbonamenti, biglietti, sponsor, ecc., per il 50 per cento, per una quota cioè considerata invidiabile in tutta Europa. Dove le istituzioni musicali se lo ficchino bene in testa quanti ritengono che con musei e teatri d'opera «si fanno un mucchio di soldi» ricevono fondi pubblici ben maggiori. Certo, poi allestiscono molti più spettacoli. Ma Santa Cecilia non è da meno, con oltre 600 concerti all'anno. Colpa di Bondi, allora? Colpa anzitutto del governo Berlusconi. Colpa di un ministro, Tremonti, che ha usato la sega elettrica per tagliare risorse già molto più magre di quelle previste in Europa, collassando siti archeologici, archivi, biblioteche, musei, monumenti, teatri d'opera e teatri di prosa, ecc. Di fronte a questa bassa macelleria che penalizzerà per anni e anni un Paese già culturalmente depresso, il titolare del Collegio Romano o non ha tentato affatto una difesa delle sue alte prerogative o l'ha tentata assai flebilmente. Occupandosi assai più del Pdl (di cui è coordinatore) che non del MiBAC. Ora, amareggiato, dice che vuole dedicarsi unicamente al partito e alla famiglia. Si accomodi. L'avesse fatto prima. In ogni caso la sua amarezza è giustificata soltanto nei confronti del governo al quale la sua arrendevolezza ha peraltro giovato non poco. Due esempi, fra i tanti: a) aver avallato l'esclusione delle Soprintendenze, i commissariamenti, le norme «speciali» dietro le quali si è scoperta, ben annidata, la «cricca»; b) aver dichiarato valido l'impegnativo Codice per il Paesaggio ereditato da Rutelli per lasciarlo annegare nel nulla, a cominciare dalla co-pianificazione MiBAC-Regioni. È un caso se il solito Tremonti chiede ora di togliere i vincoli paesaggistici e urbanistici? Se ci fossero piani aggiornati e impegnativi, non potrebbe farlo. Così può reclamare una deregulation totale. Unico caso in Europa. Nel periodo 2008-2011 la cultura ha perso, secondo uno studio della Uil, il 64 per cento delle risorse compresi i tagli al Fus hanno mutilato cinema, musica, teatro, danza, ecc. sacrificando anzitutto gli investimenti che creano lavoro, il più qualificato. «La cultura non si mangia», ha tagliato corto Giulio Tremonti ("sono stato frainteso», ha detto poi come un simil-Berlusconi qualunque). In realtà in tutto il mondo civile la cultura viene considerata, da anni, uno dei «motori» della creatività, della progettualità, e quindi dello stesso sviluppo. Da noi, no. Ora Bondi può essere amareggiato finché vuole. Mai era stata condotta alla bancarotta la cultura, coi suoi beni, il paesaggio, le masse artistiche, i tecnici, i restauratori, i registi, gli attori, i cantanti, cioè l'Italia più amata nel mondo).