SENTO parlare di ricostruire virtualmente Pompei. Perché invece non ci attiviamo per studiare o riportare alla luce quelle evidenze archeologiche, ed è il caso di Moregine, che potrebbero segnare il punto di partenza per capire meglio cosa fosse quella città?», si chiede Vincenzo Scarano Ussani, professore di Storia del Diritto romano all'Univesità di Ferrara. Lo studioso, proprio con questo obiettivo, ha previsto per quest'oggi, alle 14,30, un convegno su «Moregine. Suburbio portuale di Pompei» nell'Aula Magna di palazzo Trotti-Mosti dell'Università di Ferrara. Una tavola rotonda a cui parteciperanno Giuseppe Camodeca, ordinario di Storia romana all'Orientale di Napoli, Felice Costabile, ordinario di Epigrafia e Papirologia all'Università di Reggio Calabria, Emmanuele Curti, «lettore» presso l'Univerity of London, Mario Torelli, professore di Archeologia e Storia dell'arte greca e romana all'Università di Perugia e Pietro Giovanni Guzzo, soprintendente archeologo di Pompei. L'obiettivo dell'incontro, secondo Scarano Ussani è quello di far conoscere fuori dai confini campani quello che potrebbe essere considerato il più interessante ritrovamento di costruzione suburbana degli ultimi anni. Tanto importante e significativo che i tre triclinia saranno ricostruiti interamente, con le pitture, i letti di marmo e le altre strutture, nel Salone della Meridiana del Museo Nazionale di Napoli, per la grande mostra «Storie da un'eruzione». Importante, si diceva, perché sede di un ciclo pittorico talmente straordinario da essere paragonato a quello della Villa dei Misteri. Poi, perché l'edificio è un elemento unico in tutta l'area pompeiana ercola-nese. Infine perché rischia di far scoppiare una vera e propria «guerra» tra gli archeologi. Una disputa dal sapore antico (con citazioni di passi letterari e intuizioni fini) sulla destinazione e la qualifica dell'edificio. Insomma, se all'inizio, gli archeologi che hanno scavato dal 1999 al 2001, quelli che li avevano preceduti nello studio dei risultati del 1959 (la prima indagine permise solo di ritrovare l'archivio giuridico dei Sulpicii, i proprietari che stavano ristrutturando l'edificio, e alcune pitture, per altro bellissime), stimarono il fabbricato una sorta di grande albergo sul fiume, o la sede di un collegium (uffici di rappresentanza) a poca distanza dall'area portuale di Pompei, adesso quella teoria è stata messa in discussione da Marisa Mastroroberto, archeologa della Soprintendenza di Pompei e ispettrice dell'area di Moregine. In parole povere, secondo la studiosa, l'edifico non sarebbe altro che una costruzione fatta realizzare da Nerone (raffigurato nelle pitture sotto le sembianze di Apollo) per ospitarlo durante le visite a Pompei. «Su questa ipotesi che credo, sicuramente, molto suggestiva, forse un po' forte - confessa Scarano Ussani -non mi permetto di discutere, la valuteranno gli studiosi dei significati delle pitture. Sicuramente è la prima testimonianza dell'importanza assunta dal luogo. Non neccessariamente l'ipotesi deve essere valida, il fatto importante è che il sito faccia discutere». Il fine del convegno difatti è quello di far diventare Moregine oggetto di discussione del mondo scientifico. Fuori dalla Campania, la storia dello scavo, è conosciuta solo per le tavolette cerate. «Ecco - riprende il professore - se si continuassero le indagini si potrebbe sapere tanto di più sulla presenza e consistenza di una eventuale area portuale a Pompei. E, poi, si è trovato, anche se in un altro edificio vicino, un tesoro di gioielli: una collana lunga due metri e mezzo, un bracciale che è un unicum (c'è una dedica all'interno: il padrone alla sua ancella) tra le altre gioie. Cos'era veramente quella zona, duemila anni fa? Facciamo presto a dire: il porto, il suburbio. La Soprintendenza deve progettare interventi, non c'è bisogno di grosse cifre, perché scavando lì sapremmo molto di più di Pompei antica e della vita che si conduceva tra le sue mura».