Dal primo di marzo, l'ingresso del Museo del Novecento è a pagamento, pur se con un costo ragionevolmente contenuto: 5 euro a biglietto, e gratuità per gli under 25. Una politica di prezzi opportunamente bassa in tempi di difficoltà economiche diffuse. Si è quindi conclusa la prima fase di tre mesi gratuiti, segnata da una notevole risposta del pubblico: circa 400 mila visitatori, molti giovani, spesso in coda, anche con condizioni meteorologiche tutt'altro che favorevoli. La lunga fila ordinata in piazza del Duomo, in alcuni casi intrecciata a quelle per alcune mostre di Palazzo Reale, è così diventata una consuetudine dei fine settimana milanesi. La nuova fase suggerisce ora tre riflessioni. La prima riguarda l'esigenza dell'avvio di una intensa fase di attività operativa. In Spagna si dice che un madrileno va al Prado due volte nella vita: da bambino portato dai genitori, da adulto per accompagnare i figli. Nel caso del nostro nuovo museo, il pericolo va scongiurato. I visitatori devono sapere che l'esposizione è in continuo movimento, sia attraverso nuove acquisizioni, sia con mostre temporanee di evidente attrattività. I primi annunci in questo senso paiono in tono minore; è chiaro che si fa anche i conti con budget modesti, ma a tanto entusiasmo del pubblico dovrebbe corrispondere uno slancio maggiore. Un secondo aspetto parte da un risultato acquisito: la capacità del Museo di inserirsi rapidamente tra i luoghi della vita cittadina. Un esito cui ha contribuito una gestione aperta, che ha messo la nuova struttura a disposizione anche di alcune serate non artistiche ultima quella della moda, che ha chiuso la settimana milanese di febbraio. E giusto co-si; oggi un museo privo di questa capacità di vita al di là dell'esposizione è destinato a vita grama, come insegnano le strutture culturali cittadine più avanzate, a partire dalla Triennale: dove si va per un caffè, una visita al bookshop, anche solo due passi in giardino, vicino ai Bagni misteriosi di De Chirico. Per il nuovo museo, questo ruolo cozza però con la politica dei prezzi della ristorazione, decisamente troppo elevati. Passi per il ristorante, che sconta anche la posizione, con vista impareggiabile sul Duomo; e in strutture analoghe nel mondo a volte ci sono casi simili: personalmente ricordo con orrore il conto di uno spuntino di famiglia quest'estate al MoMA di New York. Ma almeno il bar dovrebbe proporre prezzi abbordabili, al posto di quelli di cui si sono giustamente lamentati anche molti lettori di questa pagina. La terza riflessione si allarga più in generale alla città: appare evidente l'amore dei milanesi per l'arte del Novecento, anche quando, nelle ultime sale, l'esposizione vira verso la contemporaneità, con opere spesso di difficile comprensione. Questo dovrebbe suggerire una maggior cautela ai tanti soloni, più o meno digiuni di arte, sempre pronti a strillare contro le provocazioni della modernità (il dito medio di Cattelan è solo l'esempio più clamoroso). A maggio, dopo le nuove elezioni, cambierà l'assessore alla cultura. A lui, soprattutto, il compito di fornire risposta a queste riflessioni, per poter dare al museo il seguito che il suo brillante esordio lascia intravedere.