Il cardinale Crescenzio Sepe ha annunciato che è disposto a offrire in comodato gratuito oltre cento chiese storiche del centro di Napoli attualmente chiuse e spesso cadenti, o spogliate dai furti a quanti fossero disposti a restaurarle ed aprirle al pubblico. Fino ad oggi il dinamico prelato era apparso più interessato a organizzare ostensioni-evento di cosiddetti Michelangeli o a sbarbare veri Caravaggio dai loro altari romani: e questo cambio di rotta, dal glamour di discutibili eventi verso la cura della devastatissima 'Napoli sacra', non può che far piacere. Certo, è triste che luoghi sacri amatissimi per secoli siano destinati a diventare sedi di attività socio-culturali o addirittura artigianali: ma è evidente che la Chiesa di oggi non può sostenere il peso di un'edilizia sacra fiorita in una società radicalmente diversa. I rischi di questa operazione sono, tuttavia, almeno tre. Nell'immediato la Soprintendenza per i Beni architettonici e la Sorpintendenza per il Patrimonio artistico dovranno vegliare con particolare attenzione perché i restauri promossi dai privati non diventino disinvolte ristrutturazioni, non siano fatti 'in economia' o addirittura appaltati non a professionisti del restauro, ma a generiche imprese edili. Proprio le chiese devastate dalle inconsulte iniezioni di cemento somministrate dopo il terremoto del 1980 ci ricordano che una cura inadeguata può essere peggiore del male. Nei prossimi mesi ed anni sarà dunque necessario ricordare che non abbiamo bisogno di una specie di traumatico e affrettato Risanamento della Napoli Sacra, ma di una seria campagna di restauri scientifici. Sul medio periodo il problema sarà invece quello di assicurare la dignità, la congruità e il carattere non-profit delle attività che si svolgeranno in queste chiese. Se vogliamo evitare alla radice manomissioni, tramezzature, svuotamenti o indebite superfetazioni architettoniche, appare necessario esplicitare fin da subito i limiti e i paletti delle future destinazioni: anche perché esse dovranno continuare ad ospitare le opere d'arte mobili che ancora vi si trovano (dalle pale d'altare, alle sculture, alle decorazioni architettoniche). In altre parole, se le chiese di Napoli potranno diventare aule universitarie o scolastiche, sale da concerto o da congressi, e insomma luoghi pubblici ad alta valenza sociale o culturale, bisognerà invece accuratamente evitare che si privatizzino o si trasformino in negozi, alberghi o ristoranti. Sul lungo periodo (e cioè dopo la scadenza dei comodati) c'è il rischio che la Curia di Napoli si trasformi in un'agenzia di gestione patrimoniale, e che il modello della chiesa di Donnaregina, ridotta a museo-a-noleggio-per-eventi, diventi la norma. Il precedente romando di Propaganda Fide non è incoraggiante, e Giulio Andreotti (grande conoscitore di curie e prelati) diceva che a pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca. Sia come sia, la situazione delle chiese napoletane è talmente grave che la proposta di Sepe non può che esser vista positivamente. Avanti, dunque, ma con cautela. Tomaso Montanari