Il ministro della Cultura si congeda con un j'accuse alla maggioranza di governo: «Non mi hanno sostenuto». Da oggi in poi si dedicherà alla famiglia e alla sua carica di senatore La palla passa a Berlusconi che deve deridere i tempi di uscita e il suo sostituto ROMA. Con un j'accuse alla maggioranza che «non mi ha sostenuto», Sandro Bondi ha annunciato le sue dimissioni in una risentita lettera pubblicata sul Giornale di ieri. Quella formale di dimissioni da ministro dei Beni Culturali è da giorni in mano a Silvio Berlusconi, con il quale il coordinatore Pdl ha parlato martedì: il premier ha preso atto della volontà del ministro, ma prende tempo. Nella lettera aperta Bondi rivendica non tanto di aver valorizzato il patrimonio culturale italiano, quanto di aver «imposto una linea alternativa - liberale e riformatrice - alla politica culturale della sinistra». E in questo immane sforzo lamenta la solitudine: «Non sono stato sostenuto con la necessaria consapevolezza dalla stessa maggioranza di governo» e dai colleghi. Poi sputa tutti i rospi: «Questo mancato sostegno è avvenuto oltretutto nel momento in cui mi sono trovato più in difficoltà» per colpa del crollo di quel maledetto muro di Pompei, caduto sul suo capo insieme alle «iniziative della sinistra». La mozione di sfiducia. La goccia, però, è stato il Milleproroghe con la scure di Tremonti. Bondi non accusa nessuno e simula un suo fallimento, la «mia incapacità di mantenere gli impegni presi». Ieri tutti i ministri del Pdl si sono profusi in grandi attestati di stima sull'«onestà» e sull'«intelligenza» di Bondi, invitandolo a restare al suo posto. Una carrellata iniziata da Brunetta, fino a Stefania Prestigiacomo e al sottosegretario Giro. A non dire una parola solo i ministri leghisti e, nel Pdl, Tremonti e Romani. Anna Finocchiaro, Pd, infatti commenta che «più che Bondi dovrebbe essere Tremonti a dimettersi» per aver tolto i soldi ai Beni culturali. Il ministro amareggiato dice di volersi dedicare «alla famiglia» (che ha già beneficiato da ministro) e alla sua carica di senatore (non parla del ruolo di coordinatore Pdl, però). Ultimamente diserta il ministero ma vota alacremente a Palazzo Madama, e, sentendosi più libero, ora dice la sua fuori dal coro, criticando la legge sul testamento biologico. Berlusconi vorrebbe allontanare il momento in cui accettare le sue dimissioni, per evitare di dover mettere mano al «rimpasto» che accontenta l'uno e scontenta l'altro. Ma, almeno in parte, Silvio dovrà riempire le caselle vuote, se non nel consiglio dei ministri di oggi almeno in quello di martedì. La pedina Galan. Per far quadrare il cerchio il premier avrebbe chiesto a Giancarlo Galan di andare ai Beni Culturali, anche per lasciare libera la casella dell'Agricoltura. Su questa premono i Responsabili con Saverio Romano: ieri il leghista Calderoli lo ha incontrato, e avrebbe alleggerito il veto del Carroccio sul suo ingresso al governo (avendo ottenuto la fiducia sul federalismo e l'uscita di Galan dall'Agricoltura). A sacrificarsi ancora sull'altare di Silvio è Paolo Bonaiuti, che in questo caso resterà sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Ma la maggioranza è sempre in fibrillazione e i voti sono a rischio. Con un ricatto al giorno: ieri Forza Sud, il movimento di Gianfranco Micciché, ha minacciato di non votare la fiducia se oggi, nel Cdm, non verrà modificato il taglio agli incentivi per le energie rinnovabili previste dal decreto Romani. In fretta e furia il ministro dello Sviluppo è dovuto correre ai ripari, insieme alla collega dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo e a Galan. Rassicurato, Micchiché ha votato sì al federalismo, e si attrezza per creare un nuovo gruppo alla Camera, numeri in più per la maggioranza nelle commissioni. Ma il rimpasto al rallentatore, le promesse fatte da Berlusconi e non ancora mantenute. hanno paralizzato i Responsabili in beghe sulla scelta del capogruppo e del segretario, così da non fare in tempo ad essere presenti con un membro nell'ufficio di presidenza della Camera che, probabilmente, dovrà votare sul conflitto di attribuzione per il caso Ruby, dove il rapporto è 10 a 8 per l'opposizione.