Sandro Bondi rilancia l'ipotesi di sue dimissioni da ministro dei Beni culturali. Il coordinatore del Pdl ha annunciato la «piena e consapevole scelta» di lasciare il Governo. Una decisione dettata anche dalla constatazione di non essere stato «sostenuto con la necessaria consapevolezza dalla stessa maggioranza di governo». Annuncio che innesca dichiarazioni di solidarietà da parte degli esponenti della maggioranza ma anche il sarcasmo delle opposizioni che chiedono al ministro di decidersi. Bondi ha voluto sottolineare che non si tratta di un divorzio dal Cavaliere: «voglio svolgere bene l'incarico di senatore e desidero più di ogni altra cosa continuare a lavorare al suo fianco per cambiare questo Paese». Subito, diversi ministri gli hanno chiesto di restare: Brunetta, La Russa, Rotondi, Gelmini, Sacconi, Fitto, Brambilla, Alfano lo hanno invitato a ripensarci, elogiando il suo lavoro al dicastero. Diversa la reazione delle opposizioni. Rutelli (Api): «Si decida una buona volta». Donadi (Idv): «Una farsa». Anna Finocchiaro (Pd): «Più che Bondi si dovrebbe dimettere Tremonti». ROMA. Un importante dirigente del Pdl che pure gli vuole bene la mette così: «Il problema di Bondi è che non ha le palle». Teoria in un certo senso ufficializzata dalla sua stessa compagna, nonchè deputata del Pdl. In una memorabile doppia intervista pubblicata lo scorso anno dal settimanale 'A', a lui che diceva «io rifuggo le liti» Manuela Repetti replicava: «No, tu rifuggi il conflitto. Alzi i tacchi e te ne vai». Del resto, che Bondi non sia esattamente un fulmine di guerra la Repetti l'ha reso noto, così descrivendolo: «Vive sul divano. Quando è pronto in tavola a stento arriva in cucina. Quindi con fatica raggiunge il letto. Tempo fa l'ho trovato immobile, con lo sguardo perso nel nulla, di fronte alla valigia aperta. 'Non ci riesco' mi dice. Gli mostro come si piegano le maglie. Mi guarda di nuovo, e scuotendo la testa ripete: 'Non ci riesco'». Ecco, il problema di Bondi è che non ci riesce. Non riesce a reggere il conflitto. DICEVA Margaret Thatcher che il buon politico «deve avere la scorza del boxeur», ma Sandro Bondi ha la pelle fina e lattiginosa d'una dama del Settecento, l'animo mite, il temperamento femminile e quando vede il sangue sviene. Uomo afflitto da paure e fobie, era perfetto nel primo incarico che ricevette da Berlusconi: rispondere alle centinaia di lettere che settimanalmente gli venivano recapitate. L'uomo giusto al posto giusto, capace di vergare alate righe cariche d'amore, dolcezza e comprensione che neanche Donna Letizia... Perché Bondi prima d'essere politico è poeta e per ingenuità le sue poesie sembrano scritte da Candido, quando non da Forrest Gump. Le ha anche pubblicate in un volume edito da Aliberti (titolo: 'Fra le tue braccia') che ha venduto un migliaio di copie, parte delle quali da lui stesso acquistate. Ha scritto un'ode a Silvio Berlusconi («Vita assaporataVita precedutaVita inseguitaVita amataVita vitaleVita ritrovataVita splendenteVita disvelataVita nova»), una alla mamma di Silvio Berlusconi (sobriamente definita «Madre di Dio»), una all'amico di Silvio Berlusconi (Dell'Utri). Ma ha dedicato versi anche a Bertinotti, Veltroni, la Finocchiaro... Perché Bondi solo in questo assomiglia al Cavaliere: nel disperato bisogno d'essere amato da tutti. Sempre stato così, in fondo. Era comunista, ma dallo spirito tutt'altro che togliattiano. Nei due anni (dal '90 al '92) in cui fu sindaco di Fivizzano lo chiamavano il Ravanello. «Rosso fuori e bianco dentro», sorridevano. Bianco perché cattolico, ma anche perché mite. E mentre su e-bay si vendono «lettere autografe di Sando Bondi Pci» al prezzo di 14 euro e 90, non si può non notare che uno fatto così è un invito a nozze per gli avversari politici. Ma anche per gli alleati. «La Russa sussurrano nel Pdl a Bondi se lo rigira come vuole». Ma non è colpa di Bondi. E' colpa di chi l'ha fatto non tanto ministro, quanto coordinatore del partito. Colpa di Berlusconi, la cui lontananza fisica è per Bondi motivo di intimo dolore. «Vuole tornare ad Arcore accanto al Presidente», spiega infatti un berlusconiano. Perché il periodo più felice della vita di Sandro Bondi è stato quello in cui era «solo» il segretario particolare di Berlusconi. Poi l'hanno costretto a far carriera e le durezze del mondo gli hanno tolto il sonno. S'apre l'inferno, oltre il giardino di Arcore. CERTO, lui ci ha messo del suo. Ha procurato un contratto a termine presso il ministero al figlio della Repetti ed uno di consulenza all'ex marito. Alla sua ex moglie è toccato un lavoro al consolato italiano di New York che, ha simpaticamente chiarito lei, «è arrivato proprio nel momento in cui c'erano da definire gli alimenti». Eppure, l'hanno inchiodato ad un fatto (il crollo della copertura di una delle domus di Pompei) di cui non era responsabile. Rocco Buttiglione, che è un filosofo, ha spiegato che «Bondi è incolpevole, ma la politica è fatta così». Ed essendo fatta così non sembra fatta per Sandro Bondi, che è un poeta. Non del tutto, almeno. Perché, in fondo, l'ancora ministro sa dimostrarsi politico quando, per non creare tensioni nel governo, attribuisce il suo addio «a una scelta di vita personale» anziché al feroce dissidio con Giulio Tremonti. E quando, piuttosto che dimettersi e basta, attende che giunga agli occhi del premier il momento propizio per un rimpasto di governo. Certo, potrebbe fare buon viso anziché lagnarsi, ma se ne fosse capace sarebbe davvero un politico. Non un poeta. LA SCHEDA Sandro Bondi è nato il 14 maggio 1959 a Fivizzano (Massa Carrara), comune del quale è stato sindaco per il Partito comunista. Laureato in filosofia all'Università di Pisa, nel 1994 passa a Forza Italia È uno dei tre coordinatori del Pdl. Ministro dei beni culturali, il 26 gennaio scorso la Camera (14 no e 292 sì), ha respinto la mozione di sfiducia contro di lui presentata dall'opposizione
Bondi annuncia le dimissioni: la resa del ministro-poeta sconfitto dalla politica crudele
Sandro Bondi, coordinatore del Pdl, ha annunciato le sue dimissioni da ministro dei Beni culturali. La decisione è stata motivata dalla constatazione di non essere stato sostenuto con la necessaria consapevolezza dalla maggioranza di governo. Bondi ha sottolineato che non si tratta di un divorzio dal Cavaliere, ma vuole continuare a lavorare al suo fianco per cambiare il Paese. I vari ministri gli hanno chiesto di restare, mentre le opposizioni hanno espresso reazioni negative. Il dirigente del Pdl ha anche espresso il suo dissenso per il fatto che Bondi non abbia le "palle" per affrontare i conflitti.
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