Il ministro annuncia le dimissioni solo dopo aver superato la prova della sfiducia. Uno schiaffo ai colleghi che anche oggi non l'hanno appoggiato Per dirla con un eufemismo, nel PdL e nel governo non c'è la corsa a solidarizzare con Sandro Bondi. II ministro dei Beni culturali ha fatto sapere che presto si dimetterà. Era noto da tempo. La verità è che Bondi si è già dimesso da mesi. Non ufficializza l'addio perché inguaierebbe Silvio Berlusconi, che a quel punto dovrebbe accelerare il rimpasto, operazione delicata. Meglio continuare a soffrire per dare al suo amato bene il tempo di cui ha bisogno. Bondi è fatto così, è un Oblomov gettato in un ambiente dove, per dirla alla romana, «il più pulito c'ha la rogna». In attesa di festeggiare la propria imminente liberazione, ha scritto una lettera al Giornale per tranquillizzare chi, nel centro-destra, lo vuole fuori dal governo: «Stiano sereni, presto li accontenterò». Intanto parla già come un ex. «Non sono stato sostenuto con la necessaria consapevolezza dalla stessa maggioranza di governo e da quei colleghi che avrebbero potuto imprimere insieme a me una svolta». Un atto di accusa che va oltre Giulio Tremonti. Uomo solo, Sandro Bondi. Dopo il suo sfogo era prevedibile l'appello unanime e strappacuore a non abbandonare il governo. Non è arrivato. Sì, qualcuno dei suoi coinquilini ha parlato. Renato Brunetta, Mariastella Gelmini, Franco Frattini. Pochissimi altri. Di gran lunga più numerosi quelli che hanno preferito tacere. Alcuni di loro si rifiutano di commentare la vicenda E tra chi ha parlato c'è chi lo ha fatto con frasi di circostanza. Comunque tardi, quando la decisione era presa. Eppure Bondi ha passato da poco la prova più dura, il voto di sfiducia con cui il Pd, l'Idv e Fli volevano tumularlo: colpire lui per educare Berlusconi. Ha vinto alla grande, ma la ferita è rimasta. Perché Bondi alla politica come Amore crede sul serio. Al punto da riservare una recensione estasiata («uno spaccato vero, autentico, di vita e armonia», figlio di una «scrittura sapientemente stratificata») a un tanto presuntuoso quanto inutile libro di Eugenio Scalfari. Quello che aveva definito Bondi «un personaggio somigliante nelle fattezze del volto paffuto all'Omino di burro che conduce Pinocchio e Lucignolo nel Paese dei Balocchi». Alla fine la realtà ha rotto il velo della poesia. Bondi ha visto in che mondo vive e ha capito che non gli piace. Così lancia un barbarico "chissenefrega" allo stipendio da ministro, all'auto blu e agli altri privilegi. In un Paese di chiappe saldate alle poltrone, lui smania per andarsene. Non sarà un titano della politica, ma sta uscendo dal teatrino a testa più alta di come c'era entrato. Un privilegio di pochi.