Il buon governo del paesaggio e del patrimonio storico e artistico è compito arduo, in tempi in cui la cultura viene non apprezzata oppure disprezzata. Sandro Bondi non intende proseguire nel suo ministero. Chiunque sosterrà questo compito, deve essere in primo luogo politicamente incisivo e allo stesso tempo amare la cultura almeno quanto la politica. Una cosa è certa: non si adempie all'obbligo costituzionale di tutelare i beni in oggetto senza uomini preparati, mezzi adeguati, rispetto della tradizione e nuova visione. In secondo luogo è bene che non abbia altri incarichi, dovendo essere convinto, per primo, che il ministero per i Beni culturali è di straordinaria rilevanza strategica per il Paese. Solo così potrà convincere i suoi colleghi che questi beni culturali, con l'istruzione e la ricerca, sono non la ciliegina sulla torta, ma la torta stessa dell'Italia, sia dal punto di vista economico che della promozione umana. In terzo luogo deve contrastare la spinta, ricorrente e per fortuna fino ad ora contrastata, a diminuire le competenze del ministero nella tutela, soprattutto del paesaggio: si vorrebbe tornare alla situazione anteriore al 1985 (legge Galasso), quando era delegata alle Regioni. Le Regioni non hanno dato buona prova a questo riguardo, ed è da osservare che nessun piano paesaggistico concertato fra Regioni e ministero è stato fino a oggi approvato. Intanto è trascorsa una generazione e nonostante gli innumerevoli interventi sulla stampa e i libri pubblicati (ultimo quello di Rizzo e Stella), la cementificazione procede, l'abusivismo resta impunito, per non dire degli scavi clandestini. In quarto luogo deve recuperare almeno la somma che il ministero, a ranghi sempre più ridotti, riesce annualmente a spendere: 450 milioni circa. Dispone oggi di 100 milioni, per cui ne mancano 350. Con la miseria attuale si risolvono rari problemi minimali, ma non si avvia alcuna manutenzione programmata e alcun miglioramento statico di monumenti e musei reso necessario dal rischio sismico. Deve ottenere altresì che si varino agevolazioni fiscali per favorire il contributo dei privati. Dopo il Colosseo, vengono le rovine della domus Aurea e di Pompei, che dopo i crolli non ha ricevuto ancora alcun aiuto, motivo di internazionale disdoro. In quinto luogo dovrà apprezzare i funzionari incoraggiandoli nella tutela, ma anche nella conoscenza, nella valorizzazione e nella comunicazione, nella innovazione tecnologica (informatizzazione di magazzini e archivi, sistemi informativi territoriali, etc.) e nella gestione. Senza immissioni di giovani, preparati scientificamente e capaci nell'organizzazione, gli organi periferici del ministero periranno, e sono la sua sola ragione d'essere, come le scuole per l'istruzione. L'organico ha subito una riduzione del 10 nel 2009 e si prepara ad una di pari riduzione, che è assolutamente da evitare. In quinto luogo, dato l'aspetto fortemente tecnico dei beni culturali, dovrà valutare con attenzione le proposte del Consiglio superiore, riunendosi almeno una volta al mese con il segretario generale, con il capo dell'ufficio legislativo e con il presidente del Consiglio superiore, oltre che con i collaboratori governativi. In sesto luogo deve seguire con assiduità i lavori parlamentari di commissione e di aula, studiando a fondo carte e leggi. La crisi ha colpito tutti, ma diverse sono state le scelte: Obama ha aumentato del 30 il budget del National Endowment for the Arts, Sarkozy ha accresciuto del 10 il contributo per la cultura, i Länder tedeschi hanno aumentato del 7 gli investimenti culturali. In quei Paesi si è capito che la cultura e i beni culturali rappresentano uno dei motori più potenti dell'economia postmoderna, come ha di recente ribadito Severino Salvemini sul Corriere. Nel mondo sviluppato i servizi, di cui il turismo è parte assai rilevante, rappresentano l'80 dell'occupazione. In Italia siamo al 70. Se la produttività aumentasse in questo campo, si otterrebbe una crescita del prodotto interno lordo e si creerebbero nuovi impieghi. Va ricordato, inoltre, che la maggioranza delle imprese dei servizi, al contrario di quelle industriali, non sono delocalizzabili e quindi non sono sottoposte alla concorrenza internazionale (Roger Abravanel, Regole). Verrà il giorno in cui ci accorgeremo che non siamo più all'epoca della rivoluzione industriale ma in quella post-industriale? Nel frattempo il ministero per i Beni culturali e paesaggistici deve sopravvivere almeno per proteggere dalla rovina l'immane patrimonio culturale e tentare qualche valorizzazione, fino al giorno in cui la presa di coscienza del ruolo strategico della cultura sarà entrato finalmente nella coscienza delle classi dirigenti italiane, fino ad oggi poco lungimiranti. I tagli che il ministero ha patito sono stati più che orizzontali. Siamo scesi al 0,19 del bilancio dello Stato, mentre la Francia è al 3. È una vergogna per un Paese che si vanta ogni giorno del sua ricchezza culturale. Esistono forze diffuse che lo vorrebbero morto, ma non osando sopprimerlo apertamente, lo svuotano sempre più di mezzi e di personale. La casta politica è ormai di proporzioni e costi colossali. O riduciamo questa spesa per salvare il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione, oppure togliamo una parte essenziale di futuro e di memoria agli Italiani che verranno. Lo scoramento è massimo. Serve un restitutor.