All'art. 9 la Costituzione recita: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Mai norma di legge fu più chiara, comprensibile, inequivocabile. E per di più proprio l'Italia fu il primo Paese al mondo a porre la tutela del paesaggio e dei beni culturali non solo nella Costituzione ma addirittura fra i suoi principi fondamentali. Era lo stile del legislatore di un tempo. E che legislatore! Concepirono, difesero e ottennero l'approvazione della seconda parte della norma, durante i lavori dell'Assemblea Costituente, il più grande letterato e classicista del 900, Concetto Marchesi, comunista, e un allora giovane docente universitario di diritto, Aldo Moro, democristiano. Schierati, assieme, non consentirono alcuna diminutio del principio che stavano tentando di far passare. E tra i 556 padri costituenti dell'epoca c'erano quasi tutte le migliori teste pensanti del Paese. Ma, se si vuole saperne di più su come nacque uno degli articoli più avanzati della legislazione costituzionale mondiale in tema di paesaggio e beni culturali anche se sarebbe poi divenuto uno dei meno rispettati ed attuati è fondamentale l'ultimo libro di Salvatore Settis "Paesaggio, Costituzione, cemento, la battaglia per l'ambiente contro il degrado civile" (Einaudi, pp. 326, euro 19). Il prof. Settis, calabrese d'origine, è ben noto a livello internazionale: è considerato uno tra i più insigni archeologi e storici dell'arte viventi, e le sue opere sono tradotte in dodici lingue. Inoltre, è impegnato da anni sul fronte della tutela del paesaggio, anche come membro del consiglio nazionale di Italia Nostra, la storica associazione fondata da Umberto Zanotti Bianco per promuovere la tutela dei beni storico-artistici e ambientali. Settis dunque è in prima fila, assieme ad ambientalisti militanti (ma mai politicizzati o schierati), per la più civile tra le battaglie che si possano combattere oggi, in un'Italia che ha davvero toccato il fondo nel campo per la mancata tutela del proprio patrimonio culturale ed ambientale. Da qui, probabilmente, il titolo shock del libro, che suona come una sorta di invito alla mobilitazione generale su un tema che negli ultimi anni sembra essere passato in second'ordine. E per di più in un'epoca in cui si pensa di far cassa svendendo ai privati una parte cospicua dei "gioielli" del Paese e qualcuno osa perfino fare battute sul fatto che la cultura non si mangia. La cultura del paesaggio in Italia, per quanto non capillarmente diffusa tra la gente comune, ha, viceversa una sua notevole tradizione di studi e di indagini teoriche: da Eugenio Turri a Remo Bodei a Massimo Venturi Ferriolo. Esistono tante opere pregevolissime, di piacevole lettura e straordinario interesse, che dischiudono legami inusitati tra la nostra vita materiale e la capacità di imprimere segni e trasformazioni più o meno cruente sul territorio, tra la nostra psiche e la capacità di percepire armonia e bellezza, tra il silenzio eloquente di una visione e la nostra memoria collettiva, tra le storie nostre e dei nostri avi ed i luoghi che per secoli ne hanno costituito lo scenario (il "paesaggio" è infatti il coacervo di tutte queste cose e di molte altre). Ma, a differenza degli altri saggi, quello di Settis si pone il problema di spiegare, nello stesso tempo, agli italiani come è nato il mito del "Bel Paese" e come questo mito possa essere concretamente preservato. L'autore spiega, in modo documentato ma nello stesso tempo divulgativo, cos'è il paesaggio in quello che è considerato uno dei Paesi più belli del mondo, perché questo mito si è sedimentato nell'immaginario collettivo europeo e mondiale, e come questo mito sia stato ignorato degli "indigeni", gli italiani. Chiarisce come il legislatore, dall'Unità d'Italia in avanti, abbia avvertito l'estrema delicatezza del problema ed abbia creato strumenti legislativi che arrestassero il degrado e difendessero quel mito dall'onda anomala della distruzione selvaggia, e come si sia giunti all'apice della formulazione dell'art. 9 della Costituzione dopo le leggi Croce e Bottai, come la Corte Costituzionale stia faticosamente tentando di impedire la restituzione del paesaggio (bene comune di tutta la nazione) a quegli stessi enti locali che ne hanno fatto man bassa. Come, infine, è possibile, oggi, agire dal basso per salvare il salvabile. Il libro di Settis è dunque nello stesso tempo più cose: un libro storico perché percorre la storia del paesaggio (e della legislazione del paesaggio) in Italia e quella della sua graduale e sistematica distruzione e, se vogliamo, cancellazione dall'orizzonte semantico degli italiani, i quali oramai ignorano il significato della parola stessa, pur vivendo in quello che fu il "Bel Paese", lodato da Goethe e da Ruskin, visitato da una miriade di rampolli della borghesia colta europea in quella sorta di viaggio iniziatico, nella culla della storia classica e della bellezza, che fu il Grand Tour. Eppure lo spiega bene il prof. Settis il paesaggio è una delle colonne portanti dell'identità culturale di una nazione, di un popolo, di una regione, di un luogo. Se ancora oggi frotte di turisti visitano un'Italia sommersa dai rifiuti, deturpata dal cemento e dall'asfalto, infilzata di pale eoliche, tralicci e ripetitori, oltraggiata da discariche abusive, resa mefitica da scarichi inquinanti, con i beni storici architettonici ed artistici abbandonati a se stessi e quelli ambientali aggrediti da tutti i lati, è perché l'Italia ha una fama sedimentatasi nei secoli, che proprio dalla bellezza dei suoi paesaggi trae origine e sostentamento. Il prof. Settis, ricordando la lucida distinzione che Pier Paolo Pasolini, da antesignano, aveva fatto tra sviluppo e progresso (il primo inteso in una accezione legata al puro e semplice incremento del pil, costi quel che costi; il secondo, invece, comprendente anche qualità della vita, salubrità dell'aria, integrità dell'ambiente, educazione alla legalità etc.) ci mette in guardia contro quello che definisce "stress da devastazione del paesaggio", che già Ernesto De Martino chiamava, negli anni Cinquanta, "angoscia territoriale". È il sentirsi "fuori luogo" in casa propria di tutti coloro che, per effetto della trasformazione dei paesaggi storici che avevano cullato per secoli i loro avi, si trovano oggi in una situazione di "spaesamento", non si riconoscono abitanti di quel luogo, non pensano, insomma, in termini identitari, relazionali, storici al luogo dove abitano, per dirla con Marc Augé. E questa amnesia dei luoghi, innescata dal dissolvimento del paesaggio della memoria, che sta tragicamente avvenendo in Italia, produce e produrrà, sempre di più, disaffezione della gente per i propri paesaggi, che saranno, così, svenduti per un piatto di lenticchie. Contro tutto ciò incita a mobilitarsi Salvatore Settis, con un libro che è il più bel dono che un grande erudito poteva fare a tutti noi cittadini normali, con umiltà e passione. Per il nostro Paese, per quel che i nostri avi ci hanno lasciato in eredità, per quello che abbiamo il dovere morale di tramandare alle generazioni future.
Gazzetta del Sud
3 Marzo 2011
Paesaggio, questo sconosciuto L'antico mito del "Belpaese" minacciato dall'incuria e dal cemento
FR
Francesco Bevilacqua
Gazzetta del Sud
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Bene culturale
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