Protagonista della vita culturale per decenni, lo studioso dice: «La visione? Non è solo estetica, anche politica» Andrea Emiliani compie 80 anni e oggi dialoga con Gianni Venturi all'Oratorio San Filippo Neri: «Le esposizioni degli anni '50 lasciavano delle tracce durature, quelle odierne sono fiere televisive» Andrea Emiliani festeggia i suoi ottant'anni (li compirà il 5 marzo per la precisione) con un incontro dedicato alla battaglia che lo ha visto protagonista per decenni, come soprintendente ai Beni artistici e culturali, come direttore della Pinacoteca, come docente di Museografia. Oggi alle 18, presso l'oratorio di San Filippo Neri in via Manzoni 5, dialogherà con Gianni Venturi in un incontro a ingresso libero dal titolo Una vita per la tutela dell'arte, organizzato dalla Fondazione del Monte e coordinato da Angelo Varai. Non è molto ottimista, Emiliani, in questi tempi di predominio delle ragioni economiche. Professore, se la sente di fare un bilancio della sua lunga attività? «La mia attività professionale ha sviluppato una visione non solo estetica ma anche politica. Mentre geografi come Lucio Gambi introducevano una nuova concezione dello spazio della crosta terrestre come ambiente vivente, io e altri colleghi invocavamo un ingresso della politica nell'amministrazione dei beni storico-artistici». In che anni siamo? «Tutto comincia negli anni '50, quando inizio a collaborare con Cesare Gnudi in Soprintendenza. Ma questa esigenza prenderà corpo soprattutto alla fondazione del Dams, tra il 1970 e il 1972». Le viene affidata la prima cattedra italiana di Museografia. «Era lo stesso momento in cui nasceva il primo governo regionale. Il nostro progetto fu quello di portare avanti una misura dell'insegnamento universitario come immissione diretta della conoscenza culturale negli atti della gestione politica. In quel clima nacque il mio libretto Una politica dei beni culturali, pubblicato da Einaudi nel 19755». Era il prodotto del pensiero di un gruppo di intellettuali... «Collaboravo con Lucio Gambi, con Giuseppe Guglielmi, con l'architetto Pierluigi Cervellati e avevamo un interlocutore in Guido Fanti, il primo presidente della Regione. L'idea era quella di dare uno strumento alla giunta, che doveva decidere atti di forte impegno storico-ambientale». Ci può fare qualche esempio? «Volevamo combattere il degrado delle forme visive dei campi, delle culture storiche. Non per perpetuarle, ma per conservarne la memoria. Pensi a come oggi la campagna è ridotta sempre più a un'accozzaglia di metamorfosi degenerative. E non parliamo della città. In quell'ambito nasce il progetto Cervellati di riqualificazione del centro storico di Bologna e si sviluppa il piano collinare, che ancora ha un notevole valore». Cosa rimane oggi di quelle battaglie? «La costituzione del ministero dei Beni culturali, un'invenzione generosa di Giovanni Spadolini, ha ufficializzato la necessità della tutela, ma ne ha anche burocratizzato taluni aspetti. Andava scaldata la coscienza dei cittadini attraverso la conoscenza. Ci siamo illusi fino agli anni '80 che un ruolo potesse giocarlo la divulgazione, con attività didattiche di ogni tipo». E invece? «Ha vinto la disinvoltura, sono venute le grandi mostre, di cui oggi si vede tutta la trama speculatoria. Sono nate con intenti di conoscenza e divulgazione, sono diventati fenomeni mercantili. Le amministrazioni mirano a vendere biglietti e a creare correnti di turismo. Le esposizioni degli anni '50 lasciavano tracce durature. Quelle odierne sono fiere disinvolte, "televisive"». Come vede Bologna? «E' una città che si batte molto il petto. L'orribile incesto tra cultura, speculazione e mercato ha eretto dappertutto una caterva di cemento tra noi e la terra. A Bologna la situazione è migliore che altrove». Cosa pensa del Civis? «Il peggio possibile. Mi consola il proposito di Stefano Aldrovandi di deviare dal centro il percorso di questo arnese lanciato a ottanta all'ora senza guidatore per strade storiche». Come vede l'attuale situazione dei musei cittadini? «Meglio che altrove. Certo, oggi l'attenzione è sempre più catalizzata dai grandi magneti turistici, Roma, Firenze e Venezia. L'idea che avevamo di valorizzare le risorse di un territorio ricco di beni notevoli è stata sconfitta. Si poteva sviluppare una politica della cultura, ma è mancata, soprattutto, la cultura della politica». Un parere, per finire, sul Museo della città? «Porterà vantaggi alla conoscenza di Bologna. Ha permesso il recupero di quel patrimonio unico che è palazzo Fava».
Bologna. Andrea Emiliani, il custode dell'arte
Andrea Emiliani, studioso e ex soprintendente ai Beni artistici e culturali, compie 80 anni. Ha partecipato alla battaglia per la tutela dell'arte e della cultura per decenni. Nel 1970 e 1972, ha fondato il Dams e ha ricevuto la prima cattedra italiana di Museografia. Ha scritto il libro "Una politica dei beni culturali" e ha lavorato con intellettuali come Lucio Gambi e Pierluigi Cervellati. Ha criticato la disinvoltura e la commercializzazione delle mostre e ha espresso preoccupazioni per lo stato dei musei cittadini. Ha anche espresso il suo dissenso per il progetto del Museo della città di Bologna, che considera un esempio di "incesto tra cultura, speculazione e mercato".
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