Il direttore del museo del Cairo racconta le ore di terrore. «li popolo ci ha protetti» Ci siamo andati vicini. Mentre la rivoluzione spazzava via l'ultimo faraone e apriva nuove speranze per il futuro dell'Egitto, uno sciame di razziatori ha attaccato alcuni dei maggiori musei e siti archeologici. Con il Paese in balia di se stesso, sono calati a decine, come cavallette, e hanno violato il museo egizio del Cairo come gli scavi di Saqqara, il deposito di reperti di Port Said e le rovine di Memphis, la necropoli di Abusir e molti altri siti minori. Hanno preso quel che hanno potuto, rompendo teche, arraffando reperti, persino scavando alla ricerca di tombe intatte. Poteva essere un disastro per l'egittologia. E invece a salvare i tesori è intervenuto il popolo. Quella gente comune che al museo del Cairo ha formato una cintura umana impedendo che i razziatori divenissero centinaia e negli altri siti ha cacciato i tombaroli e i ladri, riuscendo in molti casi a recuperare i reperti. E' grazie a loro se oggi possiamo dire che i danni sono tutto sommato modesti e le perle del patrimonio storico egiziano ora protetto dalle truppe speciali del ministero dell'interno è assolutamente al sicuro (e anzi, proprio ora visitabile meglio che mai, visto il crollo delle presenze turistiche). Tra chi tira un sospiro di sollievo c'è Tarek al Awadi, direttore del museo egizio della capitale e custode di 195 mila pezzi la cui gemma più celebrata è la maschera d'oro di Tutankhamon. «Non erano professionisti racconta , ma disperati: cercavano oro, preziosi. Hanno aperto tredici teche, fatto a pezzi due mummie, danneggiato oltre settanta reperti, spesso spezzati per verificare se all'interno contenessero metalli preziosi. Ma molti pezzi sono stati recuperati e, a meno di un mese dalla razzia, abbiamo riaperto il museo, esponendo anche molti dei reperti ritrovati e restaurati a tempo di record. Davvero possiamo essere soddisfatti». L'attacco al grande edificio neoclassico che si apre su piazza Tahrir è avvenuto attorno alle 19 del 28 gennaio. Mentre la vicina sede del partito di Mubarak stava bruciando, un gruppo di giovani ha attaccato il gift shop del museo e l'ha svuotato, a partire dalla sezione gioielleria. Poi, galvanizzati, molti di loro sono saliti sul tetto del museo, hanno infranto una delle vetrate e, usando delle funi, si sono calati dentro da un'altezza di quattro metri. «Sono scesi nella stanza 37 spiega Wadid, uno degli archeologi del museo e sono atterrati sopra una teca, che conteneva una preziosa nave modello, frantumandola. Poi si sono dispersi: famelici come una muta di cani randagi». «VOLEVANO i nostri gioielli spiega il direttore e noi, per rendergli difficile il compito, abbiamo spento tutte le luci del museo e schierato i pochi guardiani che erano in servizio e quindici uomini della polizia turistica a protezione delle aree più sensibili. Ha funzionato». Nove ladri sono stati arrestati, gli altri sono fuggiti. Quando, tre ore dopo, sono arrivati i soldati, molti reperti erano danneggiati, ma solo una ventina erano scomparsi. Tra questi due straordinarie statue in legno dorato di Tutankhamon una nella quale il Faraone è sopra una pantera, l'altra mentre caccia con un giavellotto una statua di Akenaten, una di uno scriba, 11 statuette Yuya. Nei giorni successivi, il miracolo. E' stata ritrovata in un cestino della spazzatura dietro il museo la statua di Akenaten, e anche la statua di Tutankhamon sopra la pantera, sono state recuperate le 11 statuette, uno scarabeo che in origine era incastonato su una mummia. Altre buone notizie da Port Said, dove 288 reperti razziati nel museo da una banda di beduini, sono stati riconsegnati. Morale: ci siamo andati vicini, al grande saccheggio, ma il pericolo è stato sventato. Il problema ora è costruire un Egitto democratico. Ma questa è un'altra storia.