L'esperto Usa: salvare le memorie nazionali nel mondo globale «Due anni fa, in Italia, partecipai a un convegno sui musei di storia nazionale. Scoprii che non siete l'unico Paese europeo avanzato a non possederne uno: per esempio, ne è ancora priva anche l'Olanda. Il progetto di organizzare un Museo della storia d'Italia mi sembra non solo encomiabile, ma anche tempestivo. L'Europa attraversa una fase storica cruciale, con la sua unione le frontiere nazionali perdono poco a poco significato. È importante che i suoi popoli abbiano coscienza della propria identità culturale». Così James Gardner, capo curatore del National Museum of American History di Washington, un modello nel suo genere, commenta la proposta avanzata sul «Corriere» da Andrea Carandini e da Ernesto Galli della Loggia. Ma quali criteri dovrebbe seguire un Museo della storia d'Italia, a suo parere? «In un nostro libro, Legacies, scrivemmo che il museo può essere il palazzo del progresso del Paese, lo scrigno dei suoi tesori, il santuario dei suoi eroi e la casa del suo popolo. Ma deve ispirarsi a un'idea guida, che magari cambierà con il tempo, perché i musei di storia sono organismi vivi. Quale idea? Non oserei mai suggerirne una. È compito vostro, non c'è Paese così ricco di storia, arte e cultura come l'Italia». Gardner, storico, ex docente alla Vanderbilt University, si rifà alla esperienza del suo museo. «Il progetto fu varato nel 1955 dal presidente Dwight Eisenhower, l'inaugurazione ebbe luogo nel 1964. Lo battezzammo Museum of History and Technology. E sa perché? Erano i tempi della guerra fredda, premeva porre in rilievo le conquiste della democrazia. Ci ripensammo nell'8o, quando prevalse l'idea dell'inclusione di tutti gli strati sociali e di tutte le etnie nel tessuto americano. Il cambiamento trasformò il museo nello specchio del nostro popolo. Pur non trascurando la politica, illustra innanzitutto il ruolo dell'individuo nella società. Ha poco in comune con i musei di storia del XIX secolo, che erano i musei dei governi e delle forze armate». Questa evoluzione ha condizionato i contenuti del National Museum of American History: «Noi custodiamo oltre 3 milioni di oggetti, dalla bandiera che nel 1814 inspirò l'inno nazionale al poeta Francis Scott Key, il nostro Mameli per così dire, alle scarpette della protagonista del noto film Il mago di Oz. Facciamo collezioni di ogni tipo». Termina Gardner. «Un consiglio tecnico, se permette: un Museo della storia d'Italia non potrebbe operare alla stessa maniera. Dovrebbe puntare più sulle mostre (le teniamo anche noi) attingendo ad altri musei e gallerie». Chiuso due anni per lavori che costarono 80 milioni di dollari, lascito di un ricco californiano, il Museum of American History, che fa parte dello Smithsonian Institute, fu riaperto al pubblico nel novembre del 2008. Il direttore Brent Glass, uno degli storici più noti d'America, ne riassunse l'obbiettivo: «Insegnare ai cittadini che cosa significhi essere americano». E visitandolo, il presidente Bush jr lo definì «uno dei nostri grandi templi del sapere, vario come la nostra nazione». Oggi, il museo attrae oltre quattro milioni di visitatori all'anno, il suo sito Internet oltre il doppio. Situato nel cuore della città, a più piani, contiene anche un auditorium. Le sue sezioni hanno nomi illuminanti: Medicina e Scienza; Comunità e Casa; Arte e Cultura; Lavoro e Invenzione; Storia politica; Storia militare; Archivio. Tra le mostre permanenti: «Il prezzo della libertà: l'America in guerra»; «L'America in viaggio: immagini e suoni dei trasporti dal 1870»; «Le presidenze americane», first ladies incluse. Si aggiungerà ad esse la mostra permanente «American Enterprise», sul mondo degli affari e sull'alta tecnologia: «Conoscere la storia del mercato americano e capire il suo ruolo nella economia globale afferma Glass è fondamentale per la gente». Le mostre temporanee si succedono senza interruzione, da «Monete leggendarie» a «I Kennedy cinquant'anni fa» a «La storia degli ispano americani neri». Per un europeo, il museo è un inno al sogno americano, il mito della eguale opportunità per tutti, e assieme-una immersione ne] crogiolo degli Stati Uniti. È anche un capolavoro di marketing della storia patria, destinato ad alimentare l'orgoglio nazionale. Al centro, dietro una enorme vetrata, c'è la bandiera del 1814, di circa 9 metri per io, la «Stai Spangled Banner» che sventolò su Fort McHenry a Baltimora nell'ultimo conflitto con l'Inghilterra. Nelle altre sale, spiccano scritti di Abraham Lincoln, rovine della strage delle Torri gemelle, ricordi delle varie guerre osi trovano bizzarri oggetti, dalla cucina di Julia Child, la regina della buona tavola, al bancone del bar della Carolina del Nord dove, all'apice della segregazione, ebbero il coraggio di sedere alcuni ragazzi neri. Il museo è anche un moderno centro multimediale, che narra i grandi eventi e personaggi storici americani, nonché un laboratorio scientifico dove si conducono test elementari. L'auditorium ospita concerti, balletti, pièces teatrali. L'ingresso è libero, le guide sono a disposizioni dei gruppi e delle scolaresche, ci si rifocilla in tre caffè, in due negozi si comprano copie persino della scrivania di Thomas Jefferson, uno dei padri fondatori. Una delle tante attività di Glass, il direttore del museo, è la caccia ai finanziatori privati: con mille dollari annui si diventa membri e si godono numerosi privilegi e su Internet i cittadini sono sollecitati a «fare offerte e fare storia». Per ìl lancio dal 2014 della mostra «American Enterprise», Glass ha creato un sito interattivo dove ricevere aiuti e suggerimenti. «Ogni museo della storia nazionale ha detto lo storico Michael Beschloss è partecipazione».