PER l'architetto Mario Botta la linea è la sintesi della tensione, il disegno la possibilità di creare dialogo ed equilibrio. Così ha già fatto, d'altronde, per la Sinagoga di Tel Aviv e per il Moma di San Francisco. Rapporti geometrici e ritmo sono la base ideologica e formale del suo lavoro di architetto, cresciuto con maestri come Carlo Scarpa e Le Corbusier, punti di riferimento sempre presenti nei suoi lavori: dalla ristrutturazione della Scala di Milano al progetto di completamento del porto di Cefalù, presentato qualche giorno fa nella cittadina normanna. Dice l'architetto: «La nostra cultura è fragile perché non ha memoria. Occorre fare i conti con il nostro passato, è proprio il territorio della memoria quello su cui devono lavorare gli architetti». Capelli bianchi arruffati, camicia alla coreana, Botta ha alle spalle il Duomo di Cefalù ed è immerso in una calda luce abbagliante ben lontana da quelle della sua natìa pianura padana. Del paesaggio siciliano dice: «Chi viene da fuori non può rimanere insensibile. Viene assolutamente preso dall'orografia del luogo e dal grande elemento del mare». Architetto Botta, orografia e mare come punti di forza. Ma quali sono i punti deboli, secondo lei, nel paesaggio siciliano? «Ci sono alcune parti dell'Isola senza disegno». Quali parti? «Quelle che ho visto vicino alla costa, ad esempio. Edilizia disordinata, come ad esempio certi casermoni. Questi non si legano al paesaggio né per assonanza, né per dissonanza, come a volte può avvenire con risultati positivi e interessanti, se dietro alla dissonanza c'è un ragionamento, un'idea guida. I casermoni non dialogano e basta». Cos'altro non le piace dell'urbanistica contemporanea? «Le periferie urbane, perché hanno cessato di essere disegno. Sono rifiuti, nascono da agglomerati che si stratificano senza progettazione. Non possiedono quella che viene definita "identity", non hanno un'immagine completa. Oggi nelle periferie si barcolla nel buio, in tutti i sensi. Questo avviene nelle periferie di tutte le grandi metropoli». Conosce lo Zen di Palermo? Che ne pensa? «Se questo è il modello abitativo che noi architetti proponiamo è un disastro. Abbiamo fallito». Lei fa riferimento spesso all'importanza della memoria, ne sostiene il ruolo fondamentale... «Il territorio su cui opera l'architetto per me è sempre più nitidamente uno "spazio della memoria" : racconta una storia che si intreccia con geologia, antropologia, emozioni. Ecco perché è necessario conoscere la storia dei luoghi e i progetti senza idee appaiono immediatamente fuori luogo, si tradiscono subito. Provo rabbia quando vedo quello che chiamo il "modello McDonald", lontano dalla nostra sensibilità». Ma come si può combattere il "modello McDonald"? «Credo nel primato della città europea e dell'area mediterranea. E nel Mediterraneo che è nata la nostra cultura, è qui che dobbiamo riscoprire quelle nostre radici forti, che si oppongono all'international style. Che per me significa spazio senza identità». Come sarà questo nuovo porto nel cuore del Mediterraneo? «È una costruzione molto delicata. L'ho immaginato come un contrappunto del centro storico, una struttura semplice che sorge ai piedi della rocca e che disegnerà una nuova geografia per Cefalù. Occorre tenere presente che un porto non può essere più di tipo naturalistico». E di che tipo sarà? «Avrà una diga foranea leggermente soprelevata percorsa da un filare di vegetazione. Un giardino disegnato, che sarà il segno di una tensione diversa rispetto alla natura. Non è un porto con un finto naturalismo, occorre accettare l'artificialità per un nuovo paesaggio». Lei ha costruito molti musei contemporanei: se dovesse immaginarne uno per Palermo, come sarebbe? «Sicuramente al centro della città. Occorre tenere saldi i legami con la storia».