Varato dal ministero dei Beni culturali un vasto programma di valorizzazione delle tradizioni storiche presenti in Italia. UNA interessante proposta è stata formulata dal Ministero per i beni e le attività culturali riferita alle comunità etnico-linguistiche in virtù della Legge che regola la materia. Tale proposta riguarda l'avvio di una iniziativa di coordinamento di un progetto per la programmazione di accordi culturali tra il Ministero, le Regioni interessate e gli Enti locali sulla base di un dibattito molto serio, ampio e articolato avviato dal sottosegretario Nicola Bono. All'incontro i cui lavori sono stati introdotti dal direttore generale Francesco Sicilia, che si è soffermato sulla necessità di un armonico coordinamento, hanno preso parte rappresentanti istituzionali delle comunità, presidenti di Regioni, di Provincie, Assessori provinciali e regionali, organismi istituzionali per avviare un percorso alla luce di un confronto tutto aperto. II sottosegretario Bono ha tenuto a precisare che «la tutela e la valorizzazione delle culture delle minoranze etnico-linguistiche è uri impegno di civiltà che parte dal presupposto della necessità della conoscenza, della ricerca, del reciproco dialogo tra i popoli nel rispetto delle proprie specificità». Questo avvio di confronto era dedicato alle comunità italo albanesi presenti sul territorio nazionale. Un merito che si iscrive alle iniziative di intervento e di dibattito culturale che ha come elemento la politica culturale del ministero. Il problema della lingua è un problema sempre attuale ed è costantemente vitale per la difesa dell'identità di un popolo. C'è un dibattito in corso che ha interessato e interessa le pagine culturali dei nostri quotidiani. Ha perfettamente ragione Francesco Sabatini in un suo scritto apparso nei giorni scorsi sul «Corriere della Sera»: «Le lingue nazionali dei Paesi che hanno avuto una intensissima e plurisecolare storia culturale, come tutte quelle europee, non possono, direi non riescono (quand'anche i loro parlanti lo volessero) a essere rapidamente decomposte ed emarginate né nella vita di tutti i giorni né nella sfera delle attività culturali, varie, complesse e imprevedibili come sono sempre più quelle della civiltà moderna. Basti pensare alle riemersioni, magari volontaristiche, degli antichi sistemi linguistici e culturali locali che pur hanno ancora qualcosa da esprimere e da offrirci. Figuriamoci le lingue che hanno Dante e Galileo, Cervan-tes e Unamuno, Kant e Goethe, Voltaire e Proust direttamente alle spalle». In tutto questo la difesa della lingua significa difendere la letteratura nella sua memoria e nelle sue eredità. Ciò vuoi dire confrontarsi costantemente con la ricchezza linguistica e culturale dei territori. Ma non bisogna smettere di confrontarsi con i sistemi alloglotti che sono presenti sul nostro territorio nazionale. È certamente una questione tutta aperta Ma chi ha una forte cultura identitaria e ancor di più una consistente letteratura basata sui valori della tradizione, dell'appartenenza, realmente autoctoni, non può temere incursioni nel campo linguistico. Le minoranze etnico-linguistiche, in Italia, si testimoniano attraverso una varietà di caratteristiche che presentano aspetti di ordine rituale, antropologico, storico, linguistico, appunto, geografico che danno vita alla cultura di un popolo. Ma è la lingua che permette di definire quei processi di civiltà che sono sostanzialmente dei veri e propri processi di identità. La letteratura lega, indubbiamente, lingua e orizzonte di appartenenza. Un popolo, infatti, si sostiene e lascia tracciati nella memoria della storia grazie alla letteratura Perché la letteratura, proprio in questo caso specifico, assomma nel valore della tradizione gli elementi espressivi, ovvero il patrimonio dei codici linguistici e la tutela delle radici. Radici che richiamano modelli di appartenenza. È soprattutto la lingua che si porta dentro la caratterialità di un popolo, la quale costituisce l'anima e la consapevolezza di un vissuto. Si legge in un libro di Gianfranco Lotti: «... lo straniero vissuto per qualche tempo in una nostra regione, raramente pronuncia l'italiano con l'inflessione tipica di quella regione, o comunque lo pronuncia con un'inflessione meno evidente di quella che caratterizza la pronuncia degli autoctoni. Analoghe considerazioni valgono per le minoranze alloglotte stanziate da secoli in Italia: l'accento degli Albanesi di Calabria, ad esempio, non è manifestamente calabrese. Il modo in cui viene pronunciata la nostra lingua rivela semmai il Paese straniero o l'area da cui provengono le varie comunità. La parola italo-balcanica si riconosce perciò dall'italo-germanica, l'italo-nordafricana dall'italo-cinese ecc.» (Gianfranco Lotti, L'avventurosa storia della lingua italiana, Bompiani, 2000, pagg. 221-222). Ogni territorio si esprime attraverso una sua cadenza, un suo modello linguistico, un suo codice. Ogni territorio ha una sua «parlata». La parlata è il linguaggio più consono ad una tradizione. Ovvero ai valori della tradizione. Il linguaggio porta dentro di sé immagini e sensazioni. Plasma quei processi storici che solo la lingua riesce a sintetizzare. Il dialetto ancora di più assume una funzione sistematicamente antropologica perché ha il compito di traghettare sentimenti e appartenenza. Le comunità etnico-linguistiche, ancora di più, traghettano nella lingua la cultura delle radia, il senso di una identità e i significati di una appartenenza anche in termini religiosi. L'assetto linguistico è una questione di comunicazione e di partecipazione. Attraverso questo assetto si ha la consapevolezza, d'altronde, dei vari passaggi epocali e all'interno di questi si avverte l'importanza del ruolo che hanno svolto le civiltà e i popoli su un territorio. Riferendosi al mondo italo-albanese in Devoto-Giacomelli si legge: «Al di fuori dei dialetti neolatini la Calabria ospita tuttora dialetti greci, albanesi e provenzali. I primi sono limitati ai comuni di Bova, Condofuri, Palizzi, Roccaforte e Roghiudi in provincia di Reggio Calabria (circa 3.000 persone) e sono parlati da quelle popolazioni che potrebbero essere sopravvissute alla dissoluzione delle colonie greche della Magna Grecia. La parlata di queste popolazioni, rifugiatesi sui monti e sottrattesi alle devastazioni della malaria, sono fortemente influenzate dai modelli bizantini. I dialetti albanesi si trovano nel territorio di Castrovillari presso San Demetrio Corone, Spezzano Albanese, Cerzeto, ecc. in provinci'1 di Cosenza e, più sparsi, nei comun i di Borgia, Cropani, Nicastro, Strangoli in provincia di Catanzaro. Il dialetto di Guardia Piemontese ha forti caratteri provenzali e corrisponde ad una colonizzazione di età normanna, seguita alla persecuzione dei Valdesi nelle zone di origine». (Giacomo Devoto-Gabriella Giacomelli, I dialetti delle regioni d'Italia, Bompiani, 2002, pagg. 140-141). Coinvolgimenti culturali e geografie politiche all'interno dei territori che significano e richiamano riferimenti storici. Siamo stati abitati di popoli eterogenei che hanno lasciato impronte chiaramente decisive nei luoghi ma anche nella tradizione delle comunità. «In Sicilia le colonie albanesi sono meno antiche di quelle galloitaliche, perché risalgono solo alla metà del XV secolo. Esse sopravvivono come aree dialettali ancora nei comuni di Piana degli Albanesi, Contessa Entellina e Palazzo Adriano. L'albanese della varietà tosca, che queste aree conservano, presenta caratteristiche più arcaiche di quelle dell'originaria Albania» (G. Devoto-G. Giacomelli, op. cit, pag. 151). L'Italia presenta, tuttora, una mappatura linguistica abbastanza variegata e si distingue per una concretezza dei linguaggi stessi usati o adottati nei diversi contesti territoriali. Nonostante tutto la difesa della lingua italiana ha una sua forza interiore che resiste agli urti delle esterne influenze. I dialetti non fanno altro che irrobustire la lingua nazionale nei confronti di linguaggi altri che provengono da realtà culturali limitrofe. La cultura italiana, in fondo, è una cultura antica che custodisce un bagaglio ampio di sostrati identitari il cui valore dell'appartenenza nazionale è abbastanza profondo. Non c'è da spaventarsi per la sistematicità dei dialetti che sono presenti sul nostro territorio. Anzi, questi, come si diceva, rappresentano un baluardo per la tutela dell'identità nazionale.
Secolo d'Italia
21 Febbraio 2003
II patrimonio delle culture - Nicola Bono: "La tutela delle minoranze etnico-linguistiche è un impegno di civiltà"
PI
Pierfranco Bruni
Secolo d'Italia
Artista / Persona
Bene culturale
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