C'è davvero bisogno di creare un grande 'Museo della storia d'Italia', come Andrea Carandini ed Ernesto Galli della Loggia hanno proposto sul «Corriere» di lunedì scorso? I due intellettuali hanno sostenuto che «in Italia, nell'ambito dei musei, ha prevalso fino a oggi l'aspetto estetico su quello storico, fino al punto che il primo ha divorato il secondo. Eppure non a caso la Costituzione tutela il patrimonio "storico e artistico" della Nazione, non quello "storico-artistico", come sovente e significativamente si fraintende». Questa curiosa visione neoidealistica della storia dell'arte sembra dimenticare che, fin dal Medioevo, in Italia l'arte figurativa non è mai un'evasione nella neutralità morale dell'estetica: l'arte ha invece strutturato e rappresentato il pensiero e l'identità civile del nostro Paese. Ed è proprio su questa tradizione che poggia il dettato della Carta, dove «storico» e «artistico» rappresentano un'endiadi, e non un'alternativa, o addirittura un'opposizione. Carandini e Galli lamentano che «non c'è alcun luogo dove un italiano qualunque possa avere rapidamente l'idea di ciò che il suo Paese è stato ed ha rappresentato nei secoli. Dove possa avere l'esperienza visiva ed emotiva della straordinaria molteplicità delle forme di vita storica, artistica, culturale». Ma il tratto saliente della multiforme storia culturale italiana è proprio questa irriducibilità all'antologia: l'Italia è il suo paesaggio storico, cioè il palinsesto della trasformazione antropica della sua natura. È possibile realizzare in un museo un'efficace esperienza visiva ed emotiva di tutto questo? Ne dubito molto, e paradossalmente sarebbe più facile provarci attraverso il cinema o la televisione. A meno che non si pensi che quella storia italiana sia ormai finita per sempre, e che dunque ci si debba rassegnare a imbalsamarne le vestigia.