Addentrarsi tra i vicoli del centro storico di Palermo, sbucare su via Alessandro Paternostro e trovarsi davanti la maestosa e rassicurante facciata della basilica di San Francesco d 'Assisi, provoca un tuffo al cuore anche ai più navigati amanti dell' arte e dell'architettura. Ma quel rosone e quel portale gotico sono davvero sempre esistiti esattamente come li vediamo, a custodire la presenza francescana in una Palermo innamorata della testimonianza del poverello d'Assisi? E, ancora, quei fraticelli col saio e i sandali, oggi custodi di biblioteche e conventi, chiese e istituti, sono stati davvero sempre bene accetti nella città dell'accoglienza? A quasi sessant'anni dal suo primo lavoro sulla basilica di San Francesco d'Assisi, padre Filippo Rotolo, studioso colto e ap passionato, alla soglia dei novant'anni porta alle stampe un volume di 454 pagine, che racconta la storia, i segreti, le curiosità, i misteri di uno dei monumenti-simbolo del capoluogo siciliano, col piglio dello storico attento alla narrazione ed entusiasta delle scoperte racchiuse in un documento notarile ricoperto di polvere o in una lettera rimasta per secoli sepolta negli archivi. La basilica di San Francesco d'Assisi e le sue cappelle. Un monumento unico della Palermo medievale, edito dalla Provincia di Sicilia dei Frati minori conventuali, grazie al progetto editoriale dello scultore fra' Gesualdo Ventura e alle foto di Enzo Brai e dello stesso fra' Gesualdo, con la collaborazione del Liceo artistico Catalano, verrà presentato domani alle 17, nella basilica, con la partecipazione del ministro provinciale fra' Angelo Busà, il direttore dell'Editrice vaticana Giuseppe Costa, gli storici dell'arte Maria Concetta Di Natale e Giovanni Mendola, e il dirigente dell' assessorato regionale ai Beni culturali Guido Meli. La rilettura del monumento, alla luce delle scoperte d'archivio di questi ultimi decenni, è straordinaria, fornisce notizie sulle vicende subite nei secoli e sulla storia delle numerose cappelle. «Quanto allora abbiamo sostenuto - afferma padre Rotolo, riferendosi alla prima pubblicazione, oggi è patrimonio comune: la basilica è opera di un solo architetto e frutto di una sola gestazione architettonica. Essa realmente costituisce l'anello di congiunzione tra le esperienze architettoniche normanne ancora geometricamente chiuse e frigide e la nuova esperienza gotica, che si affacciava timidamente nell'Isola, intrisa di luce e di aria, derivate dal messaggio francescano e denunziate dall'ampiezza solenne e vibrante delle luci degli archi e delle 16 bifore aperte nelle pareti meridionale e settentrionale». Una chiesa duecentesca, che ha attraversato tutti gli stili architettonici, dal gotico al neoclassico, passando per il barocco, in cui i maggiori scultori e pittori hanno fatto a gara per lasciare il proprio segno, da Laurana a Gagini a Novelli, ma che soprattutto racconta la storia di Palermo, quella fatta di cultura ma anche di conflitti e lotte intestine. A cominciare dalla prima presenza dei figli di San Francesco a Palermo, risalente al 1224, probabilmente nella chiesa di San Giorgio la Tonnara nel ramo settentrionale del porto. Tra il 1230 e il 1235 i frati, con l'aiuto delle donazioni dei burgenses, riuscirono ad acquistare l'area destinata alla futura chiesa, ma il clima magmatico che si respirava, di conflitto tra l'imperatore Federico II e il Papa Gregorio IX, strenuo difensore dei francescani, portò a ben due distruzioni ai danni dei frati, di cui una a opera proprio di Federico II. Da un atto di vendita di una casa privata si scopre, però, che nel 1246 esisteva a Palermo una chiesa dedicata a San Francesco alla Kalsa. L'attuale basilica, invece, venne costruita tra il 1255 e il 1277, ispirandosi a Santo Spirito, ma interpretando le nuove istanze dell'arte gotica, ricca di luce, data da quelle bifore di cui oggi esistono solo le sagome. San Francesco ha attraversato incendi e terremoti, ben due bombardamenti nel 1943, ma oggi ha ritrovato la sua maestosità costruita nei secoli, grazie anche alla generosità delle famiglie nobili palermitane, affascinate dal santo d'Assisi, che non fecero mancare mai il loro apporto economico, come dimostra il completamento della facciata tra il 1300 e il 1302, grazie agli Abatelli e ai Ventimiglia. E una curiosità, che forse non tutti sanno: lo splendido rosone a ruota che ricorda tanto le basiliche umbre non è quello originario, distrutto nel 1549 per esigenza di luce diretta. Fu Giuseppe Patricolo, 300 anni dopo, con i lavori di restauro del 1877, a proporre alla Società di Storia Patria di «restituire la ruota di marmo distrutta». Ne seguirono dibattiti e proteste, ma nel 1879 il lavoro era eseguito. E, osserva padre Rotolo, sembra che «sia lì da sempre».