Se viene premiato il costruttore abusivo, persino quello che tira su una villa in zona protetta da vincolo paesistico, perché mai non dovrebbe esserlo chi si tiene in casa reperti archeologici provenienti da scavi clandestini? Questa è la logica di un gruppo di deputati di Forza Italia, guidati da Gabriella Carlucci. I quali, del resto, seguono la linea dettata da Silvio Berlusconi, a suo tempo: ognuno è padrone a casa sua. Anche se la casa è illegale? Evidentemente sì, se viene condonata (con la legge-delega ambientale anche in zona protetta). Anche se i bronzetti magnogreci o i vasi etruschi sono di provenienza furtiva? Questo il governo per ora non lo dice. Lo propongono però i sullodati onorevole forzisti capeggiati dalla intrepida Carlucci. Basterà pagare e, come diventerà legale la casa illegale in zona parco o in riva al mare, così i bronzetti o i vasi potranno venire acquisiti ed esibiti dai proprietari senza più "clandestinità", anzi col timbro prestigioso del Ministero. Mentre i tombaroli, già trattati dalle leggi penali come innocui rubagalline, saranno spinti dalla sola attesa di questa disinvolta legalizzazione a scavare a tutto spiano. L'emendamento presentato alla Finanziaria 2005 prevede infatti che i detentori di beni archeologici provenienti dal mercato clandestino (fiorentissimo) "ne acquisiscono la proprietà mediante pagamento del 5 per cento del valore". Un'inezia. Basterà "una dichiarazione dell'interessato attestante il possesso o la detenzione in buona fede". A quanto sì comprende, una bella autocertificazione, qualche euro versato a questo Stato-accattone, e tutto sarà sistemato. Ma chi stabilirà il valore venale di quei reperti clandestini? Naturalmente la Soprintendenza competente. E se questa non ha il personale (ne ha pochissimo) e il tempo per esaudire la richiesta? Varrà la regola (infame) del silenzioassenso, e buonanotte. Del resto, il silenzioassenso è entrato, sia pure provvisoriamente (si fa per dire) nello stesso Codice dei Beni Culturali vantato dal ministro Urbani come una tappa storica della tutela. Codice vantato come marmoreo e che lo stesso Urbani ha accettato, pochi mesi più tardi, di far diventare di gesso sotto le picconate della legge-delega per l'ambiente voluta dal suo governo e già passata al Senato, sbriciolando due suoi divieti: il «no» al condono di fabbricati abusivi costruiti in zone protette da vincoli paesistici e quello alla sanatoria di opere abusive a lavori in corso. Adesso toccherebbe, grazie all'onorevole Gabriella Carlucci e ai suoi amici, all'intero patrimonio archeologico privato proveniente dagli scavi dei tombaroli. E sarebbe un colpo di maglio. Verrebbe legalizzato in un attimo e con poca o nulla spesa un "sommerso" sterminato: i reperti archeologici recuperati dallo speciale Nucleo dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Artistico sono balzati a più di 157.000 nell'ultimo triennio, contro i 300.000 circa recuperati nel venticinquennio 1970-1986. Cifre pazzesche in ogni caso, le quali confermano come si sia dilatata pure l'attività di scavo e di rapina nei giacimenti archeologici nostrani. Non a caso è rimasto ad impolverarsi negli archivi delle Camere il disegno di legge proposto prima dal ministro Fisichella e poi dal ministro Veltroni, volto ad istituire l'obbligo per gli antiquari di tenere un registro dei reperti e delle loro provenienze e per i detentori di "notificare" il possesso alle Soprintendenze autodenunciandosi. «A somiglianza delle leggi sulla detenzione e sullo spaccio di stupefacenti», fa notare un altro suo promotore, il generale Roberto Conforti per anni guida e animatore del nucleo speciale dei Carabinieri. «Evidentemente dava fastidio a parecchia gente». Ad intere lobbies. Ora però, con questo emendamento, assisteremmo al rovesciamento della logica dell'interesse pubblico primario. Sin qui era del tutto pacifico, sin dalle leggi medicee e pontificie, che i beni archeologici fossero comunque di proprietà dello Stato. Lo nota giustamente, e severamente, su «La Repubblica», il professor Salvatore Settis, archeologo di fama internazionale. Ma era pure pacifico, già dalle leggi pre-unitarie, che i beni artistici di proprietà pubblica fossero inalienabili. E invece il Codice Urbani li ha resi vendibili. Quel Codice che, mesi fa, venne presentato al Collegio Romano dal ministro Urbani assieme ai consulenti Sabino Cassese e Salvatore Settis, col preciso impegno che né i giornalisti né i rappresentanti delle Associazioni potessero chiedere spiegazioni o chiarimenti di sorta. Come non diffidare di una regia che negava ogni obiezione o riserva? Dopo, ci sono state le picconate della legge-delega ambientale inferte a parti nobili del Codice stesso. Ora si leva questa minaccia. È soltanto un emendamento, d'accordo, ma esso è l'indice di un clima ben preciso nel quale tutto diventa possibile. Pure il gioco delle parti fra il governo Berlusconi ed esponenti della sua maggioranza. Non dimenticatelo: ciascuno è padrone a casa sua. Non soltanto, che diamine, a Villa La Certosa, E poi tutto «fa cassa», anche gli spiccioli.