"LA VERITÀè che Firenze, la Firenze moderata e ricasoliana, non aveva mai desiderato la promozione a capitale provvisoria. Tazza di veleno, l' aveva addirittura definita Bettino Ricasoli, arrivando perfino - il grande credente nel cattolicesimo liberale, l' anticipatore del modernismo - ad auspicare che la morte di papa Pio IX da molte parti attesa o preannunziata, ' rendesse superflua la designazione di Firenze' o almeno riducessea brevissimo tempo la relativa disgrazia". Così scriveva Giovanni Spadolini nel suo ' Firenze mille anni' cogliendo gli umori fondamentali con cui la classe dirigente accolse la convenzione del settembre 1864, "il do ut des" con Napoleone III che decideva di ritirare il presidio francese da Roma papale a patto che lo stato italiano scegliesse una nuova capitale che tranquillizzasse rispetto alla temutissima presa di Roma. FIRENZE diventa capitale d' Italia dal 1865 al 24 giugno 1871 (ultima seduta del Parlamento in Palazzo Vecchio) ma tra i notabili toscani c' era la preoccupazione che il trasferimento a Firenze allontanasse dall' obiettivo sognato da Cavour, Roma capitale, c' erano attaccamento alle tradizioni autonomiste, preoccupazione (anche allora si diceva così) per il delicato equilibrio della città, la consapevolezza che Firenze sarebbe stata travolta da un ciclone, amato e temuto al tempo stesso, che altro non era se non un tuffo nella modernità: il vecchio e sonnolento tran tran sociale e urbanistico e la moderazione politica di Canapone, l' ultimo granduca lorenese, sarebbero stati sottoposti all' urto dell' alluvione di migliaia di burocrati piemontesi, all' arrivo di politici e politicanti, alla necessità di dare sistemazione a ministeri e uffici, trovare case e alloggiamenti per migliaia di nuovi arrivati, moltiplicare alberghi e residenze per quello "sciame inopportuno di clienti, di grandi elettori, di sollecitatori, di sedicenti martiri della libertà e della patria, di progettisti e di affaristi", come scrisse Ugo Pesci. Insomma, scettici e un po' cinici anche allora, i fiorentini sospettarono subito che "l' onere potesse essere maggiore dell' onore". Il re e la corte furono accolti con entusiasmo e non fu difficile per loro insediarsi a Firenze. Palazzo Pitti, costruito a metà del secolo XV sul pendio della collina di Montecucco, era una bellissima reggia. Vittorio Emanuele II scelse il quartiere detto della Meridiana, che guarda a mezzogiorno verso Boboli e il forte Belvedere. Attraverso la porta del giardino di Annalena poteva andare e venire (come quando si recava alla villa della Petraiaa trovare "la bella Rosina" diventata poi sua moglie) senza essere veduto, del tutto a suo comodo. L' unica vera novità fu la costruzione delle scuderie reali a porta Romana, mentre le guardie del palazzo furono alloggiate nell' ex convento del Carmine. Parlamento e Governo ebbero invece qualche difficoltà a sistemarsi. Ma in pochi mesi e spendendo solo 9 milioni tutto il trasloco venne fatto. La Camera trovò collocazione nel salone dei Cinquecento, il Senato in quello de' Dugento e nell' antico teatro mediceo degli Uffizi che i "venerandi padri coscritti" raggiungevano dopo aver fatto 97 scalini. Presidenza del consiglio e ministero degli Interni andarono a Palazzo Medici Riccardi, gli Esteri a Palazzo Vecchio, i Lavori Pubblici nel convento di S.M.Novella, l' Istruzione in quello di S. Firenze, Grazia e Giustizia nel palazzo da Cepparello, lungo il Corso, la Marina nell' ex convento dei padri delle Missioni, in piazza Frescobaldi, la Guerra nell' antica Gendarmeria di piazza S. Marco, le Finanze nel palazzetto detto della Livia, l' Agricoltura nel palazzo GalliTassi in via Pandolfini. Insomma, palazzi e conventi, ristrutturati e adattati, c' erano e risolsero il problema. Ma per quelle migliaia che arrivavano da ogni parte d' Italia, dov' erano case, alloggi e sistemazioni? Firenze aveva 118 mila abitanti nella cerchia delle mura e non erano molti i proprietari di case. L' arrivo in pochi mesi di 30 mila nuovi abitanti determinò un tale aumento del prezzo degli affitti che i più poveri rimasero letteralmente senza casa e il Municipio dovette fare un contratto con la Società delle case operaie che costruì tremila stanze prese subito in affitto, ovviamente, da famiglie del ceto medio. Il Municipio, ricorda Ugo Pesci, spese anche un milione e mezzo per edificare delle case di legno e ferro fuori delle porte alla Croce e a S.Frediano "diventate presto un inqualificabile ricettacolo di sporcizia che un incendio fortunatamente distrusse nel 1872". Si arrivò a ipotizzare di coprire di case il Parterre e le Cascine. E' da questa pressione che nasce l' esigenza di intervenire in modo strutturale sulla città, con i cambiamenti a cui le realizzazioni di Giuseppe Poggi daranno il volto della modernità e della razionalizzazione urbanistica. Con la capitale, arrivarono a Firenze anche molti negozianti piemontesi che si accaparrarono i locali meglio posizionati, li ornarono di ogni sfarzo, costringendoi fiorentinia fare altrettanto e mandando in disuso un certo modo bonario di fare affari e di rapportarsi con la gente: le botteghe di Porta Rossa, via Calimala e del Mercato Nuovo abbandonarono la porta con il muricciolo rialzato da un lato, gli sportelloni ricoperti di grossi chiodi, il chiavistello che riuniva e chiudeva gli sportelli "attraversando a sghembo da una parte all' altra". Anche le "mescite di ministre" e le "canove di vino" dove un pasto e due bicchieri di rosso valevano circa 50 centesimi scomparvero e lasciarono il posto a negozi con prezzi molto più elevati. Insomma cambiarono sia l' aspetto materiale sia la fisionomia morale della città. Aumentò il lusso e anche "la parvenza della corruzione sociale". Firenze capitale aveva nove teatri, molte famiglie fiorentine e straniere facevano a gara nell' invitare a feste e ricevimenti, la baldoria carnevalesca durava settimane, c' erano caffè aperti all' alba, come il caffè delle Alpi in piazza S.M.Maggiore, dove si mangiava, si ballava e si beveva dalle ore piccole della notte fino a giorno fatto. Riuscì Firenze a darsi nuovi orizzonti, a generare nuove opportunità per un patrimonio storico e culturale che rischiava l' asfissia? Dette anche una sferzata di italianità, lei culla della lingua, dell' arte e della storia, ad uno Stato rimasto fino a quel punto abbarbicato alle sue origini subalpine? La storica Simonetta Soldani risponde di sì anche se, precisa, troppo pochi furono i cinque anni di Firenze capitale "perché si potesse ottenere qualcosa di più della rottura di un equilibrio e dell' inizio di un processo". Firenze si lasciò alle spalle i rancori dei granduchisti, mescolò i suoi umori con quelli che provenivano dal resto d' Italia, riuscì in parte a cambiare il proprio volto riuscendo ad adattarlo a quello di una città moderna, vale a dire "di una città in cui ceti e funzioni avessero spazi distinti e distinguibili; in cui l' igiene, la luce, il sole (e magari gli alberi e i prati) avessero lo spazio che la loro riconosciuta importanza per il benessere fisico e psichico degli abitanti richiedeva; in cui fossero previsti spazi per i servizi e per gli acquisti, per il passeggio e il tempo libero". Insomma, nasceva la Firenze che conosciamo.