ALTRO che Penelope, la sua telae l'attesa del ritorno dell'Ulisse omerico: non c'è paragone che tenga per raccontare i 25 anni in cui Gianna Bacci si è impegnata nel restauro degli arazzi, compresi i 10 di capolavori medicei che decoravano il Salone dei Duecento di Palazzo Vecchio. Un tempo lungo quasi una vita per Gianna Bacci, protagonista di quest'opera lenticolare, quasi da amanuense, portata avanti «con umiltà, silenzio e dedizione». Bacci oggi ha 58 anni, la freschezza sul volto e il sorriso di una ragazza, mentre racconta la sua avventura di «unica restauratrice statale italiana di arazzi», dipendente dell'Opificio delle Pietre Dure fin dal '77. Ma non è stata sola in quest'impresa di fili di lana e seta, orditi e trame da ricostruire: con lei hanno lavorato al recupero degli arazzi decine di allieve, formate appunto alla sua scuola. E ancora oggi nel laboratorio all'ultimo piano di Palazzo Vecchio, nella sala delle Bandiere, sono all'opera con filie aghi cinque collaboratrici. Il restauro dei 10 arazzi è terminato un anno fa, e molti visitatori della mostra su Bronzino a Palazzo Strozzi e alla Sala dei Gigli in Palazzo Vecchio, hanno potuto ammirarei grandi dipinti tessuti,9 dai cartoni disegnati da Bronzino e 1 di Francesco Salviati, recuperati dalle loro mani sapienti. «In verità gli arazzi medicei del Salone dei Duecento, con le "Storie di Giuseppe ebreo" eseguiti tra il 1545 e il '53, erano 20, ma nel 1882 dieci furono trasferiti e incamerati dal Quirinale e qui ne sono rimasti la metà» precisa la direttrice del laboratorio Clarice Innocenti. Gianna Bacci ripercorre le vicende di quelli riamasti a Firenze: «Furono staccanti dalle due pareti del Salone dei Duecento nel 1983 alquanto danneggiati, furono sfoderati, immagazzinati e quindi studiati per 3 anni. Infine iniziò il restauro: 15-16 mila ore di lavoro per i più grandi. Un impegno contrassegnato anche dall'evoluzione delle metodologie di intervento. Oggi non si rifà un naso o un altro dettaglio che non c'è più, non si lavora più all'integrazione di un tessuto perduto con l'ausilio di un supporto come prima, se mai lo si applica dopo. Si agisce con una selezione cromatica con colori sottotono, lasciando collegamenti a trama allargata». Un lavoro lungo, paziente, preciso, «fatto di tecnicae competenza, impiegando occhi e mani, in una postura scomoda che si può tenere al massimo 6 ore al giorno, anche se a volte se ne fanno 8 - prosegue Bacci- Comporta l'uso dei colori, di filati di lana per l'ordito, e all'80 di seta per la trama, matriali progettati appositamente per noi. La lana a Prato, la seta a Milano. E siamo noi che li tingiamo con colori sintetici metallizzati e testati. Abbiamo un campionario di ben 2.000 nuance». Prima di intervenire sugli arazzi (quelli su cartone di Bronzino alti 5,70 metri e larghi tra 3 e 4,40 metri) sono stati puliti con immersioni in vasche di acqua addolcita, asciugati anche con carte assorbenti, e solo dopo è iniziato l'intervento di consolidamento e reintegro. Insomma un lavoro noioso? «No, di grande passione e piacere. Si entra in rapporto con gli anonimi, tutti uomini allora, che li hanno tessuti, scoprendo i loro errori, le rotture, i nodi un po' grossolani. Elementi che ci parlano. A volte si divaga, ci fermiamo sulle perdite, le mancanze, si procede a tentativi» prosegue Bacci. Confessando poi che non è un lavoro così silenzioso: «Quando ho iniziato era proibito ascoltare la musica. Ora sia io che le collaboratrici, abbiamo l'mp3, ognuna ascolta un repertorio preferito. Io la radio, amo le parole. Ma non è che se una ascolta musica rock va più veloce...». Peccato scoprire che Gianna Bacci, l'unica restauratrice statale di arazzi, fra 3 anni andrà in pensione.A chi passerà questa maestria? «Mai fatto un concorso da più di 20 anni. Il laboratorio è a rischio chiusura benché ci siano numerose allieve formate da lei. L'Opificio da anni richiede concorsi e assunzioni per nuovo personale di ruolo» chiarisce la direttrice Clarice Innocenti, ricordando che i 25 anni di recupero degli arazzi è stato finanziato dall'Ente Cassa con 2 milioni di euro. Fondi, che in regime di tagli ai bilanci sempre più drastici, l'Opificio non può certo permettersi. E ora, per quest'arte difficile da apprezzare, vissuta come un arredo un po' triste, mancano anche gli sponsor.