Il «mago» Calatrava apre le porte del suo nuovo castello fatato, dove la linea dritta compone una curva, dove le superfici concave in realtà hanno un andamento convesso, dove la leggerezza si fonda su possenti pilastri in cemento. Lo stadio del Nuoto di Tor Vergata è finito: in alto manca solo il rivestimento in vetro, alla base i rivestimenti. La struttura in acciaio si innalza ipebolica ed eterea verso il cielo in attesa della sua gemella: il palazzo dello Sport da 15 mila spettatori. Insieme formeranno quella che Santiago Calatrava, superarchitetto spagnolo residente a Park Avenue, cantieri in 17 paesi del mondo, battezza divertito la Bicupola: due forme sinuose strettamente affiancate che viste di profilo segnano nel cielo un perfetto arco romano, una cupola. A Tor Vergata, quadrante sud-est di Roma, si prepara la Città della Scienza e dello Sport. Si costruisce pensando alle possibili Olimpiadi del 2020 ma anche all'università del futuro fatta di grandi spazi, grandi strutture, grandi numeri. Se ne parla da oltre vent'anni. Manca ancora molto. Il grande progetto organico dell'architetto-ingegnere di Valencia, profondo ammiratore del mago del cemento armato Pierluigi Nervi, è un grande sogno che probabilmente sta scontrandosi con una visione più realistica del rettore Renato Lauro. Niente palazzo del rettorato, una torre cilindrica a metà tra la moschea di Samarra e S. Ivo del Borromini, tagliati laghi ed edifici, in forse il parco botanico, chissà che fine farà il grande spazio di collegamento destinato ad evocare il Circo Massimo. Ma Santiago è tosto: continua a crederci, e nel credere ci fa sognare una città bellissima anche in periferia, al confine con l'Agro dove un gregge di pecore nel verde dei prati attorno all'enorme cantiere della Vianini fa dire a Calatrava: «Roma è veramente unica, siamo nel futuro e guardiamo un paesaggio del Settecento». I lavori sono iniziati tre anni fa e dureranno ancora due-tre anni. Nel mondo i progetti dell'architetto poliglotta (cinque lingue con l'italiano) vengono realizzati in tempi lampo. A Chicago, però il suo grattacielo tortile - bellissimo, un'evoluzione di quello eretto in Svezia - si è fermato: lack of money (lo capiscono tutti). Anche a Tor Vergata non si scherza. Il lavoro fatto finora è costato 200 milioni pagati da Roma Capitale. Per portarlo a termine, altri 400 milioni. Chi li darà? L'ipotesi Olimpiadi potrebbe fornire il carburante finanziario. Ma le banche si fideranno del CIO? Altrimenti c'è sempre il Campidoglio-Capitale, ci potrebbero essere gli sponsor, l'Università. Qualcuno insinua, malizioso, che Francesco Gaetano Caltagirone, patron della Vianini, ha in mente di fare un grandioso regalo alla sua città. Vedremo. Il Maestro di Valencia - studio a NYC e a Zurigo, corrispondenti operativi dappertutto - non teme (troppo) i tempi lunghi: «Bisogna avere pazienza. Anche Michelangelo ha aspettato tanto prima di veder innalzare il suo Cupolone». Certo che lasciare l'opera a metà sarebbe un peccato. Santiago Calatrava dice che è molto importante, specialmente qui a Tor Vergata, realizzare un «insieme», una visione organica fatta di edifici ma anche di spazi, di prati, di giardini, di acqua, di alberi». Entrare nel paesaggio facendo paesaggio, senza imposizioni squilibrate. Già si vede dalla struttura d'acciaio (Cimolai, di Pordenone) della «semicupola» appena ultimata, che si innalza richiamando le ondulazioni dei Colli Albani sullo sfondo. Quando l'opera sarà completa, le coperture dei due stadi formeranno insieme una grande ed elegante forma opalescente, un punto di riferimento (landmark) per l'intero quadrante urbano. La copertura della Bicupola sarà in parte in vetro trasparente ed in parte opaco. Di notte, con la luce artificiale interna, una perla magica all'inizio dell'Agro Romano. Forse solo Frank Gehry come Calatrava è Maestro dei sogni. Le opere del valenciano portano nella dimensione onirica come poche altre. Ed ora, girando nel cantiere romano con i piedi nelle pozze d'acqua ed il cappello di sicurezza in testa, Santiago vede realizzarsi quel suo sogno che ebbe chissà quando, subito fissato su un pezzo di carta con uno scarabocchio, uno schizzo. «Butto giù un'idea e continuando a disegnare questa si autodefinisce cercandosi A volte prendo ispirazione da una mia scultura». Santiago è anche un artista: nello studio di Park Ave. campeggia un cavalletto da pittore in mezzo a lavori in marmo e bronzo. «Non c'è contraddizione: l'architettura è arte» sentenzia: chissà cosa ne pensano tanti colleghi affannati da una cinica committenza. Maestro, cosa si prova a realizzare dei sogni che diventano anche immagini di sogno per gli altri? «Quando vedo realizzata una mia opera - quanto è modesto Calatrava - provo un gran senso di solidarietà e comunanza verso chi ci ha lavorato. Ma anche una grande soddisfazione - così va meglio, Maestro - per poter lasciare un segno del nostro tempo nel tempo». Gli studenti della prossima generazione frequenteranno il campus di Tor Vergata pieno di verde, di servizi, di aule, di attrezzature sportive, di abitazioni. Con quella cupola «tagliata» a metà, il Grande Opale. «L'ha fatto uno spagnolo, mi sembra«. I ragazzi sono fatti così, Santiago.