La Fondazione Donnaregina ha un nuovo cda. Dopo le dimissioni del consiglio di amministrazione uscente, atto finale di una lunga querelle con la nuova giunta regionale, e la nomina dell'assessore Miraglia a presidente, sono ufficiali i nomi degli altri membri. Si tratta di Lorand Hegyi, come anticipato ieri dal Corriere del Mezzogiorno, e di Natalino Irti. Due nomine di alto profilo, dunque. Anche se la prima potrà far discutere perché il curatore di origini ungheresi e di stanza in Francia, a Saint Etienne, ha già ricoperto un incarico a Napoli, per la precisione al Pan, senza lasciare un ricordo molto incisivo. Forse colpa delle scarse risorse della struttura di Palazzo Roccella o forse anche per qualche resistenza incontrata all'epoca da parte del mondo dell'arte napoletano. Eppure Hegyi a Napoli ha anche tanti amici e sarà felice di reincontrarli: raggiunto al telefono mentre è in partenza per New York appare entusiasta dell'idea di un ritorno sotto il Vesuvio. Accadrà presto? «Vedremo, speriamo, mi piacerebbe», risponde prudente. Stavolta la sua nomina è opera del centrodestra, ma a portarlo a Napoli perla prima volta fu la sinistra, per la precisione Ernesto Tatafiore lo presentò a Riccardo Marane, a Rachele Furfaro e ad Antonio Bassolino. Stavolta invece il maestro napoletano non sa nulla della faccenda. E invece è piuttosto arrabbiato per la «confusione» in cui versa il Madre. Tanto che ha già inviato una lettera in cui annuncia il ritiro di due opere esposte al museo di Donnaregina. Erano lavori donati? «No», spiega Tatafiore, «li avevo solo prestati, il Madre poi aveva manifestato l'intenzione di acquistarli, ma con tutto quello che è successo non se ne è più parlato. Però sono perplesso. Vorrei riavere quelle due opere. Se la Regione lavora in modo così caotico e se non ho garanzie rispetto a un curatore che non conosco non me la sento di lasciare lì i miei lavori. Non mi piace questo modo di procedere: si parla ora di Sgarbi ora di altri. Non si capisce che direzione prenderà il museo, che è stato un risultato molto positivo dell'epoca di Bassolino». Ma con la presenza di Hegyi cambia qualcosa? «Lo conosco bene, con lui potrei trovare un accordo». Quali sono le opere in questione? «Una tela intitolata "Pittori di fuoco" e una scultura in ferro, carta e vetro intitolata "Robespierre"». Certo, se le opere donate non possono essere ritirate, quelle in prestito non sono quasi mai vincolate. E dunque, se altri artisti seguissero l'esempio di Tatafiore, il museo Madre potrebbe addirittura svuotarsi, dal momento che la sua collezione permanente conta solo una ventina di opere (per il resto si tratta di lavori dati in comodato d'uso o concessi con altre formule). Intanto, a dirimere le questioni tecnico-giuridiche ora ci sarà nel cda della Fondazione Donnaregina uno dei più importanti giuristi italiani e accademico dei Lincei, Natalino Irti, giurista con una grande passione per Napoli. Già professore di Diritto civile alla Sapienza, Irti guida un accortissimo studio legale a Roma ed è stato, tra l'altro, vicepresidente dell'Enel e presidente del Credito Italiano. Ma ricopre anche incarichi di natura culturale, come la presidenza del napoletano Istituto italiano di studi storici a Palazzo Filomarino. La segretaria generale dell'Istituto, Marta Herling, un po' si stupisce della novità: «Non so se Irti sia appassionato di arte contemporanea», osserva la nipote di Croce, «ma certamente ha grande sensibilità per la letteratura e per la cultura in generale. E ama tantissimo la nostra città, pur essendo abruzzese di nascita». L'insediamento del nuovo cda avverrà tra alcuni giorni, dopo la pubblicazione degli atti nel Burc. Oggi, invece, è il giorno del nuovo cda del Teatro Festival Italia (anche qui la Miraglia è presidente) che dovrà prendere alcune spinose decisioni. Per prima cosa, l'organizzazione dell'edizione 2011, destinata a quanto pare a scindersi in due tronconi, uno prima dell'estate e quello più corposo rimandato in autunno. Intanto ieri l'ex governatore Antonio Bassolino ha criticato gli azzeramenti dei cda: «Quando governavamo noi mica pensammo di azzerare un Renato Quaglia? A trovarlo uno così. Mica obbligammo Achille Bonito Oliva a doversene andare?».