Alberto Melloni riprende la proposta avanzata ieri sul «Corriere» da Carandini e Galli della Loggia Un luogo che sappia raccontare il passato alle nuove generazioni L'appello al capo dello Stato lanciato ieri da Carandini e Galli della Loggia per un museo di storia (della identità) italiana mette a fuoco un problema antico: come si fa ad aprire un canale di comunicazione fra una società come quella italiana e il suo passato? A questa domanda, un secolo fa, l'Italia di Giolitti rispondeva estendendo, con grande ritardo rispetto ad altri Paesi, l'obbligo scolastico: e quel sogno di istruire sulla storia aprendo un libro ai bambini (lo ricordava ieri il presidente della Repubblica parlando al convegno sulla lingua) è diventato con fatica realtà nell'Italia della Costituzione. Quella risposta è oggi indebolita dal bisogno di identità improbabili, frettolose, anguste che la globalizzazione ci istilla Si scontra con i bisogni di una generazione, nata con Internet, che non trova spesso domande all'altezza delle proprie possibilità di esplorazione. E dunque ha bisogno di espansioni conoscitive, come quella lanciata da queste colonne. Nel mondo se ne vedono apparire alcune, con una forte impronta digitale, non per caso. Se ne trova qualche esempio sul Web: come la cronologia estensibile della storia britannica prodotta dalla Bbc (la «timeline»), dove a ciascun puntino corrisponde l'accesso a documenti, mappe, fotografie, documentari, reperti cinetelevisivi. In Italia l'Istituto Luce ha in progetto uno strumento analogo, ma ha trovato molta indifferenza, giacché questo è un Paese lo si è visto quando un putiferio ha accolto la proposta di Giuliano Amato di rendere più accessibile il patrimonio Treccani in rete dove la questione dei destinatari indispettisce gli emittenti. E si trovano esempi utili allo scopo anche in musei «fisici», nei quali però la parte dedicata al virtuale e al multimediale è sempre più pronunciata. Si ispirava a queste tendenze una proposta di museo italiano di videostoria affiorata, proprio in vista del 150 anniversario dell'Unità d'Italia, un paio di anni fa. Ne erano protagonisti alcune istituzioni di ricerca, il magico duo Istituto Luce TecheRai (il cui patrimonio, fra cent'anni, avrà lo stesso valore di Pompei): e si sperava in una adesione di Mediaset, il cui archivio ha un valore socio-politico non secondario. C'era anche una sede Santa Maria della Scala, a Siena per questo museo di immagini. Ma quel tentativo, rimasto senza risposta, era servito a fare un indice delle questioni poste dall'idea in uno spazio storico-museale per gli italiani di oggi e di domani. Un'idea che ha certo bisogno del sostegno del Quirinale dove si sfonda una porta aperta; prima ancora del Parlamento e del governo, se avessero un minutino: ma non può non interrogarsi su cosa dev'essere un museo di storia. Infatti oggi un museo storico non può essere solo un tot di spazi, reperti, comitati e direttori. Dev'essere anche e soprattutto un laboratorio di materiali che possano essere esibiti in quegli spazi nel mondo li chiamano «instant museum» che si ricavano in una stazione, in una fabbrica, in un chiostro: ovunque un proiettore riesca a imprimere immagini. Il museo di teche e bacheche e privo di dilatazioni multimediali ha un raggio d'azione troppo ristretto e soprattutto non ha modo di sciogliere in maniera convincente i nodi d'ogni storia: che sono la periodizzazione e la selezione. Fare oggi un museo «rigido» della storia, che vada da Marco Emilio Lepido a Emanuele Filiberto di Savoia comporta il rischio di consacrare un giudizio del tutto arbitrario su ciò che ha fatto la «cosa» (la storia? L'identità? La civiltà? La società? La cultura?) che si vorrebbe esporre. Finirebbe così per sfarinarsi in interminabili dispute previe. Dunque risulterebbe muto a coloro che si pongano domande semplicemente diverse e che, introdotti da linguaggi come quelli cinetelevisivi, potrebbero oggi accedere a biblioteche di voci e lezioni di maestri ben più grandi di quelli con i quali la Apple fa affari su iTunes. C'è oggi lo spazio per una impresa rigorosa e innovativa di questi tipo? Forse sì: come spiegava ieri l'appello di Carandini e Galli della Loggia, proprio lo zoppicante approssimarsi di queste feste centocinquantenarie, fra il tentativo di minimizzarle e la volontà di coglierle per stimarsi, che sente la parte giovane e sana del Paese, sta muovendo qualcosa e qualcosa muoverà nei prossimi mesi. E proprio questa parte d'Italia merita un museo che parli di lei del modo in cui si sono af5nate nelle generazioni passate sapienze del tempo e della storia. Alcide Cervi, il padre dei sette partigiani fucilati, quando finiva il racconto della sua vita, non dimenticava di dire: «Oggi il pane c'è». A marcare che quella storia delle generazioni alle quali apparteneva non aveva avuto certo un approdo paradisiaco: ma non era andata a zonzo, fra un cimelio e un ricordo. Se un museo potrà consegnare questo rigore privo di infingimenti accomodanti e di pessimismi di maniera a una nuova generazione, allora merita di essere fatto.