Il crocifisso doveva finire al Bargello: era stato pagato 3,2 milioni Presentata in pompa magna a Montecitorio e pubblicizzata in un tour in Italia maria cristina carratù Sono passati quattro anni dal suo acquisto da parte dello Stato, seguito da polemiche infuocate e da un blitz dei carabinieri nella sede del ministero dei Beni culturali su mandato della Procura presso la Corte dei Conti del Lazio, che indaga su una eventuale danno allerario. E adesso la pietra dello scandalo, il crocifisso presunto di Michelangelo pagato dal ministero 3,2 milioni di euro a un antiquario torinese, e presentato in pompa magna a Montecitorio dal ministro Bondi nel 2008 come opera di «enorme interesse storico artistico» davanti alle massime cariche dello Stato e della Santa Sede, giace ben nascosto in un deposito. Per la precisione nei sotterranei della sede della soprintendenza del Polo museale di via della Ninna, a Firenze, dove è approdato dopo un breve e non molto pubblicizzato tour in giro per lItalia, a Milano, Trapani, Palermo e Napoli. Un ritorno alla chetichella davvero inspiegabile, dal momento che la piccola scultura lignea (alta 41,3 e lunga 39,7 centimetri), secondo alcuni esperti opera giovanile del Buonarroti databile al 1495, ma secondo fior di critici come Mina Gregori, Paola Barocchi, Margrit Lisner, James Beck, Frank Zoellner, soltanto «di scuola» seppur di ottima fattura, avrebbe dovuto trovare già da tempo definitiva sistemazione al Museo Nazionale del Bargello. Dove, invece, largomento è seccamente liquidato dalla direttrice Beatrice Paolozzi Strozzi: «Non ne so assolutamente nulla, io non sono mai stata coinvolta in questa decisione, a nessun titolo, e contino a non esserlo», spiega, ribadendo quanto aveva sostenuto fin dallinizio della vicenda, ma senza motivare levidente incongruenza di questa sua «emarginazione» e rinviando tutto «alla decisione della soprintendenza». Cioè a Cristina Acidini, soprintendente del polo Museale e grande promotrice, insieme al suo predecessore Antonio Paolucci, oggi direttore dei Musei Vaticani, dellacquisto del crocifisso. E che oggi (vedi intervista pagina accanto) spiega la «sosta forzata» del crocifisso con la necessità di trovare «un supporto idoneo» alla scultura, per poi ammettere che ogni decisione sulla sua collocazione è «sospesa» in attesa del pronunciamento della Corte dei Conti. Resta la sorpresa, e il rammarico, di vedere unopera trasformata, al momento dellacquisto, in grandioso evento mediatico, e che il ministro Bondi avrebbe voluto mandare negli Usa nientemeno che come testimonial dellItalia allinsediamento di Obama, giacere inutilizzata proprio mentre si piange sulla drammatica mancanza di fondi per la cultura. Rinunciare, qualunque sia il motivo, al sicuro e consistente ritorno economico di una esposizione al Bargello di una scultura del Buonarroti appare insomma, di questi tempi, decisamente grave. Tanto più che, per quanto i 3,2 milioni di euro siano stati sempre sbandierati dal ministero come un affare (in precedenza il Cristo era stato offerto a privati e enti bancari dallantiquario torinese, oggi scomparso, a 15 milioni di euro, ma senza successo), se lopera non fosse di Michelangelo sarebbe costata in realtà una cifra stratosferica, perché il suo valore non supererebbe, sul mercato, i centomila euro. Se invece fosse autentica avrebbe dovuto costare molto di più, ma allora il drastico calo di prezzo avrebbe comunque dovuto insospettire il ministero (uno studio di Addolorata del Buonarroti è stato battuto da Sothebys nel 2001 per 10 milioni e 200 mila). La parola, a questo punto, alla magistratura contabile.