Un museo che spende 500 mila euro per incassarne meno di mille. Un sito con 13 visitatori l'anno... E poi l'incuria e gli scandali. Stella e Rizzo indagano e denunciano CI SVELANO CHI SONO I VANDALI Sergio Rizzo, 54 anni, e Gian Antonio Stella, 57, sono gli autori di Vandali. L'assalto alle bellezze d'Italia (Rizzoli editore), un documentatissimo libro-inchiesta (a lato, la copertina) che denuncia le malefatte della casta ai danni del nostro immenso patrimonio artistico e culturale. «Gli ultimi scandalosi crolli di Pompei non sono purtroppo un caso isolato», dicono. «I veri vandali siamo noi italiani che saccheggiamo, ogni giorno di più, con una politica degna di un Paese sottosviluppato, le bellezze d'Italia». Se ci raccontano dei vandali all'assalto delle bellezze d'Italia viene spontaneo pensare ai barbuti guerrieri di re Genserico che nella tarda primavera del 455 dopo Cristo devastarono Roma; oppure, se si è debolucci in storia antica, a quei teppistelli di oggi che non sapendo che fare vanno in giro a danneggiare e deturpare i monumenti. E invece no; i vandali in questione siamo noi, gli italiani, i più avidi e sistematici saccheggiatori di quanto di meglio offre il Bel Paese. Vedute da sogno, borghi incantevoli, musei, complessi monumentali, opere d'arte, siti archeologici che il mondo ci invidia: ciò che non viene deturpato o danneggiato dalla pessima politica o da colate di cemento abusivo, viene lasciato a marcire finché non ci cade sulla testa e finisce in polvere, perduto per sempre. «I recenti tristissimi casi della Schola armaturarum e della Domus del moralista di Pompei crollati per incuria o per interventi di presunto restauro completamente sbagliati, sono i clamorosi ed emblematici testimoni di un andazzo generale che ci fa vergognare», ci dicono Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, autori di Vandali. L'assalto alle bellezze d'Italia (Rizzoli editore), appena uscito in libreria. Le 275 pagine del volume, rilegato in arancione (costo 18 euro), completano, e chiosano, la trilogia dei due noti denunciatori del pubblico e privato italico malcostume. Con La casta abbiamo scoperto nel dettaglio i vizi di una classe politica interessata esclusivamente a difendere e accrescere i suoi odiosi privilegi; con La deriva, le incapacità croniche delle classi dirigenti, chiuse a riccio Incassi ridicoli, tutto pesa sui contribuenti su se stesse, di prendere decisioni forti per invertire la rotta che rischia di portare il Paese al naufragio; con Vandali, tocchiamo con mano la qualità e la quantità di danni che i troppi asini al potere producono giorno dopo giorno sull'unica vera ricchezza d'Italia: il nostro patrimonio storico, artistico e monumentale. Un dato su tutti: siamo il Paese che al mondo ne possiede di più (per esempio, abbiamo 45 siti segnalati dall'Unesco come patrimonio dell'umanità, contro i 42 della Spagna, i 40 della Cina, i 35 della Francia, i 33 della Germania, i 28 del Regno Unito, i 21 degli Stati Uniti), ma siamo anche quello che lo utilizza peggio. Fatti 100 i ricavi ottenuti in Italia, in Cina siamo a 270, in Francia a 190, in Germania a 184, il Regno Unito a 180, il Brasile e la Spagna a 130. «Umiliante», scrivono Rizzo e Stella. «Nel 2008 i musei francesi hanno staccato oltre 55 milioni di biglietti, contro i 33.103.000 di quelli italiani: una differenza di quasi 22 milioni, il 66,3 per cento in più. Il solo Museo del Louvre ha incassato nel 2006 1'80 per cento di tutti gli incassi delle biglietterie di tutti i musei e siti archeologici a pagamento statali italiani messi insieme». E inoltre, udite udite, una gran parte dei biglietti staccati in Italia sono omaggio: 6 su dieci a Pompei, 4 su 5 all'Anfiteatro di Capua, il più grande dell'antichità dopo il Colosseo, da cui partì la rivolta dei gladiatori di Spartaco nel 73 avanti Cristo. «L'incasso delle biglietterie scrivono Rizzo e Stella, «copre da noi i12 per cento del bilancio, in America i14,5 per cento, in Europa, il 4,1». Eppoi c'è la questione dei ricavi dai famosi «servizi aggiuntivi» museali, bar, ristoranti e negozi dove si comprano libri, cataloghi e gadget vari: in Italia incidono per lo 0,4 per cento, negli Stati Uniti per il 7,1, quasi 18 volte di più, e in Europa per l'8,7, quasi 22 volte in più. Facendo due conti si scopre che il mantenimento dei musei e dei siti archeologici pesa da noi per 1'89 per cento sulle spalle dei contribuenti, a fronte di una media europea del 66,3. E i ricavi netti, fra biglietti e royalty varie, arriva a malapena a coprire il 13,5 per cento dei 650 milioni di euro annui necessari a pagare gli stipendi dei 21 mila dipendenti, in stragrande maggioranza custodi. «Al Museo di Storia naturale di Terrasini, nel 2009 ci sono stati 1.668 visitatori paganti (quattro e mezzo al giorno) per un incasso di 7.658 euro: un quarto di quanto costa soltanto uno dei 23 addetti alla sorveglianza. Alla villa romana di San Biagio a Messina, 404 biglietti venduti in un anno, 772 euro di ricavi, 358 mila euro di spesa per il personale. Al Museo archeologico di Caltanissetta, 427 visitatori paganti, 784 euro di incassi, 557 mila euro di esborsi per i 14 custodi. Ma il record spetta di diritto al Parco archeologico di Siponto, in provincia di Foggia coi suoi 165 visitatori, di cui solo 13 paganti per un incasso annuo di 25 euro! Tenuto conto che i fondi destinati alla cultura sono appena lo 0,28 per cento del bilancio statale (con un taglio di oltre il 50 per cento negli ultimi dieci anni) si capisce perché mancano i soldi per fare le cose più ovvie e necessarie, come la periodica manutenzione e la cura quotidiana. «Qualche anno fa», a quanto scrive Paddy Angews dell'Irish Time, «un gruppo di turisti americani, arrivato alla Villa romana del Casale di Piazza Armerina, in Sicilia, è inorridito a tal punto di fronte a quel sito immondo e abbandonato, che vanta incredibili affreschi romani, da comprare delle buste di plastica e cominciare a pulire». Insomma, chi è preoccupato per gli effetti che il certamente poco edificante scandalo Ruby sta producendo sulla considerazione dell'Italia nel mondo, può mettersi tranquillo: la nostra reputazione agli occhi dei milioni di visitatori stranieri è già, e da molto tempo, gravemente compromessa da episodi del genere che sono molto più diffusi di quanto si pensi. «Il fatto è che gestiamo il nostro immenso patrimonio artistico e culturale con la mentalità di un Paese sottosviluppato», ci dice Sergio Rizzo. Qualche tempo fa, Giulio Tremonti se ne uscì con l'infelice battuta: «Con la cultura non si mangia». Se anche uno dei più titolati e colti ministri che siedono al governo rinuncia all'idea di capitalizzare la maggiore ricchezza che abbiamo per invertire la rotta e creare posti di lavoro e opportunità per i giovani, oltreché buona pubblicità per l'Italia, vuol dire che siamo proprio fritti. «Trovo semplicemente inaccettabile che l'immenso patrimonio culturale italiano incida sul nostro Prodotto interno lordo appena per il 12 per cento quando la media europea è del 13. Vista la quantità di bellezze che abbiamo dovremmo essere come minimo al doppio». Sta di fatto che tra i 10 musei preferiti al mondo, non ce n'è neppure uno italiano (gli Uffizi di Firenze sono al ventunesimo posto) e, secondo la stima di una banca internazionale del calibro di Merrill Lynch, il «fenomeno Pompei» è sfruttato appena per il 5 per cento delle opportunità turistiche. A proposito, sapevate che nel 1956 le strutture visitabili di questo straordinario sito erano 64 e, al 10 dicembre 2010, data del controllo effettuato da Stella e Rizzo, appena cinque? C'è modo di uscire da questo pantano che ci offende e ci umilia? «A ognuno il suo mestiere: non spetta a noi fornire ricette», dicono Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo. Noi diciamo che già leggere attentamente un libro come Vandali aiuta, se non altro, a prendere coscienza dell'effettivo stato di salute di questa nostra sfortunata Italia.