NEW YORK «La scorsa estate gli archeologi hanno portato alla luce uno scavo dal valore inestimabile nella zona orientale di Londra Tra i reperti recuperati: contenitori di oboli in terracotta sul sito del primo teatro costruito in Europa in epoca moderna: la prova concreta dell'esistenza, già nel XVI secolo, di un legame inscindibile tra cultura e commercio». Inizia così il lungo editoriale dal titolo «Would the Bard have survived the web?» (Il Bardo sarebbe riuscito a sopravvivere nell'epoca del web?), firmato ieri sul «New York Thmes» da Scott Turow, scrittore e Presidente della Authors Guild, di cui fanno parte anche Paul Aiken e James Shapiro, co-autori dell'editoriale (quest'ultimo è anche docente di letteratura shakespeariana alla Columbia University). La tesi dell'articolo: nell'era di Internet che ha fatto scempio del copyright, neppure Shakespeare potrebbe sopravvivere. Quando Shakespeare cominciò a scrivere, i cosiddetti santuari della cultura a pagamento (cultural paywalls) erano molto diffusi a Londra e al loro ingresso si poteva scorgere personale con in mano «cassettine delle offerte», veri salvadanai in terracotta dove si raccoglievano dei penny per l'ammissione. I soldi raccolti venivano usati anche per pagare i drammaturghi incaricati di scrivere nuove opere. «Per la prima volta nella storia, fu possibile guadagnarsi da vivere scrivendo per il pubblico», teorizza l'editoriale, secondo cui i1 teatro elisabettiano pose le basi per la nascita del copyright, varato nel 1709 in Inghilterra, la prima nazione al mondo a promulgare una legge per la tutela dei diritti d'autore. Ottanta anni dopo, il Congresso Usa seguì l'esempio promulgando norme sul copyright «per promuovere il progresso della scienza e delle arti utili». Tre secoli più tardi l'intera impalcatura che secondo gli autori ha reso possibile il fiorire di innumerevoli talenti letterari è a rischio a causa della pirateria web, che consente ai trafficanti di film, musica e libri rubati di mettere in circolazione materiale coperto dai diritti d'autore. Per correre ai ripari, proprio oggi la Commissione Giustizia del Senato Usa terrà un'audizione volta a punire gli scippatori del web. Anche la Casa Bianca si è impegnata a proporre entro l'anno una nuova legge per contrastare il problema di una pirateria sempre più sfrenata. Ma secondo l'autore di Innocente (Mondadori) potrebbe non bastare. Dalla loro questi «ladri» hanno una vera e propria ideologia anarcoide, da convinzione che il copyright sia ormai un relitto del passato», scrivono, «confacente soltanto alle esigenze di colossi aziendali non più al passo con i tempi». In America persino un numero crescente di docenti di giurisprudenza e altri esperti avrebbero costruito la loro carriera con argomentazioni secondo le quali il diritto d'autore è un limite per la creatività e il progresso. «Secondo questi addetti ai lavori l'innovazione potrà realmente prosperare solo se si abbattono le restrizioni legate al copyright», prosegue l'articolo. Ma si tratta di una tesi che non tiene conto di secoli di progressi scientifici e tecnologici. «Una cultura ricca richiede agli autori dedizione, migliaia di ore trascorse a lavorare e una vita interamente dedicata alla cura della propria maestria», sottolinea l'editoriale. «Il talento letterario non può realizzarsi a meno che il mercato non lo ricompensi».