Nel naufragio della tutela a cui assistiamo, le incaute esportazioni di oggetti darte con lo specioso argomento che non furono prodotti da artisti italiani sono un capitolo non marginale. Il Codice (2004), come già la legge Bottai del 1939, inserisce fra i beni culturali vincolabili «le cose mobili e immobili che presentano interesse artistico particolarmente importante» di proprietà privata. È una norma che si fonda sui caratteri intrinseci delle opere da tutelare, a prescindere dalla razza o dal sangue di chi le ha prodotte: un Mantegna e un van Dyck sono protetti secondo un identico livello di tutela. Secondo qualche improvvisato "esperto", unopera di artista straniero non farebbe parte del patrimonio artistico italiano (in particolare se è stata in Italia "da poco tempo"), e sarebbe esportabile e commerciabile secondo la normativa vigente sulla circolazione dei beni nel territorio dellUnione Europea. Ma nessuna norma lega la validità del vincolo alletnia degli artisti né ai tempi di permanenza in Italia. Ancor più incauto è il richiamo alla libera circolazione dei beni in Europa. Essa non si applica alle opere darte, che secondo le convenzioni Unidroit e Unesco possono circolare solo in conformità alla legislazione del Paese in cui si trovano. La circolazione dei beni di pertinenza italiana, anzi, non può includere il patrimonio artistico senza violare lart. 9 della Costituzione. I tentativi di togliere il vincolo alle opere di artisti stranieri possono avere una sola ragione: "aprire un varco" nelle maglie della tutela. Se prevalesse la logica del "va fuori dItalia, va fuori o stranier", continuerebbe lemorragia di preziosi arazzi di manifattura fiamminga, ma spesso con committenza italiana. Di questa pulizia etnica resterebbero vittime i van Dyck di Genova, i Rubens di Mantova e di Roma, lInnocenzo X o il Francesco I dEste di Velázquez, perfino i disegni di Borromini, ticinese di nascita. Ma larte non ha patria, o meglio ha per patria la tutela. Contro linteressato provincialismo di chi vuol ridurre la storia dellarte entro le strettoie di etnie in conflitto, riaffermare le ragioni della tutela è una battaglia di civiltà. Fa parte della lotta per la legalità costituzionale che sta impegnando il Paese.