Il più antico gruppo familiare del settore da sempre punta sulla zona Termini-Cavour Tutto cominciò con il bisnonno di Angelo, Maurizio, che nella prima metà dell800 trasferì a Roma il quartier generale del commercio di vini che gestiva sul lago dOrta, in provincia di Novara, e aprì un magazzino a Testaccio. Poi, dopo larrivo a Roma dei loro conterranei Savoia, nel 1875 suo figlio Angelo, il nonno dellattuale patron, comprò unantica osteria e gli dette un nome per lui familiare, Massimo DAzeglio, in posizione strategica fra la Stazione Termini e Santa Maria Maggiore. «Erano anni di grande sviluppo per la neo-capitale. La stazione era stata inaugurata già nel 1869 - racconta l«attuale» Angelo - in una collocazione più avanzata rispetto a quella di oggi (aperta a sua volta nel 1950, ndr), fino alle terme di Diocleziano. Noi eravamo allinizio di via Cavour, proprio allo sbocco delle gallerie laterali: allora il nonno sindustriò e cominciò a comprare alcune case del palazzo sopra il ristorante, che diventò un albergo». I retaggi delle origini si ritrovavano nei nomi degli hotel: «Mio padre Maurizio comprò allinizio del '900 altri due palazzi su via Cavour, li trasformò in alberghi e li chiamò Liguria e Lago Maggiore. Poi sotto il fascismo furono ribattezzati con nomi un po più roboanti, Atlantico e Mediterraneo. Questultimo fu abbattuto e ricostruito nel 1938 in puro stile razionalista dallarchitetto Loreti, lo stesso dellhotel Bernini, con finiture di lusso che sono esempi di arredamento artistico decò italiano». Ma questo sottintende qualche cointeressenza con il regime? «Macché, pensi che in questalbergo, il Massimo DAzeglio, che invece è stato ristrutturato ma sempre in stile umbertino, si era insediato un comando nazista: due stanze più in là mio padre aveva impiantato una tipografia clandestina in cui stampava salvacondotti per permettere agli ebrei di fuggire». Il dopoguerra è stato un periodo di espansione non privo di angosce. «Negli anni 70 volevo mollare tutto, cera una conflittualità sindacale esasperata, eravamo stati minacciati di rapimento, il quartiere stava degradandosi. Mio figlio Maurizio dimostrava interesse per il business di famiglia, ma io non volevo assolutamente che vi entrasse. Poi per fortuna ha insistito, mentre il fratello se ne andava a gestire una fattoria nel viterbese e la sorella a studiare arte a New York, e oggi amministra lazienda». Ma cosa manca a questo quartiere per decollare? «Mah, qualcosa è stato fatto, a partire dalla stessa stazione. Gli interventi di bonifica sono costosi, è vero, ma con un po di volontà politica si potrebbe davvero recuperare questarea che come collocazione è straordinaria».