Ci sono a Firenze istituzioni museali in cui la conservazione del patrimonio culturale è tuttuno con la sua rielaborazione e rivitalizzazione. Per conservare bisogna saper leggere a fondo in ciò che si vuol salvaguardare, bisogna saper interpretare oggetti intrinsecamente fragili e misteriosi, bisogna saper far rivivere il passato che continuamente si sfarina. E tutto ciò non è solo un servizio alla cultura. È cultura. Togliere risorse a tali istituzioni, sia pure attraverso un trasferimento a strutture delle quali esse continuerebbero a far parte, mortifica unattività che è vanto e orgoglio di questa città. È questo che vuole il ministero dei Beni culturali? Se è questo, fa bene il governo cittadino ad assecondare un disegno che vede il governo centrale perseguire un obiettivo tanto discutibile e ambiguo? Si possono chiudere gli occhi di fronte al fatto che questo disegno fa parte di un più ampio progetto volto a ridurre la partecipazione dello Stato alle imprese culturali del Paese? In gioco è lidea stessa di cultura. In gioco è luniversità, il teatro, il cinema Prendiamo ad esempio luniversità. È appena stata approvata una legge di riforma che dietro lintenzione di razionalizzare il sistema universitario (e il cielo sa quanto ce ne sia bisogno) nasconde un proposito fin troppo evidente: decurtare, tagliare, ridurre allosso. E passi la decurtazione del fondo di finanziamento ordinario. Il vero scopo è la decurtazione del corpo docente. Come se la volontà del legislatore fosse anzitutto quella di bloccare il necessario ricambio generazionale. Essendo chiaro a tutti che là dove non cè ricambio non cè crescita, dove non cè passaggio di testimone non cè trasmissione di sapere. E dove non cè più trasmissione di sapere, non cè più università. Lo stesso vale per il teatro. Lo ricordavano laltro ieri in queste pagine Castri e Di Bari. Se lo Stato si disimpegna (come accade con la Pergola, anche qui in nome del trasferimento gestionale al Comune), il teatro magari proseguirà nella sua programmazione: ma solo come teatro dospitalità e non più come teatro di produzione. Cioè come teatro che sopravvive a se stesso, teatro che non è vero teatro. Il territorio fiorentino è ricco di realtà teatrali che sono degne di ammirazione non solo per quello che riescono a dare, ma prima ancora per la capacità di resistere in mezzo a difficoltà quasi insormontabili. Ce la faranno ancora quando la politica dei trasferimenti, che poi è la politica dei tagli, lavrà vinta? Un destino comune (destino per modo di dire, perché è un disegno perseguito con coerenza, bisogna ammetterlo) minaccia le istituzioni culturali, che vengono impoverite e umiliate non per insipienza, ma in base a un progetto mirato. Si vuole che luniversità così come labbiamo conosciuta, con tanti difetti e limiti anche gravi ma capace di esprimere una sua cultura originale, lasci il posto a grandi scuole in cui lofferta culturale sia limitata a prodotti dimportazione già confezionati altrove. Si vuole che il teatro, questo sublime artigianato in grado di rinnovare giorno dopo giorno sera la sua magia, si uniformi ai principi di una spettacolarizzazione indiscriminata e totale. Si vuole che i musei, dove un lavoro paziente e quasi mai riconosciuto fa da supporto alleducazione del gusto e alla coltivazione della sensibilità estetica, cedano i loro spazi ai cosiddetti grandi eventi, tanto più clamorosi quanto meno culturalmente significativi. Non è una bella prospettiva. Comunque una prospettiva di fronte alla quale cè da chiedersi (e chiedere al governo della città) se sia giusto o non invece sbagliato, profondamente sbagliato, adottarla come se fosse la sola allaltezza dei tempi.