La polemica su "Agrodolce" riapre il dibattito sullimmagine "diversa" dellIsola rispetto alla realtà più aspra Dalle critiche alla "Piovra" a Wenders Non si tratta di stabilire se una soap opera sia sdolcinata quanto se la politica possa pretendere che risulti attraente per il turismo Un tale sistema di valutazione metterebbe al bando il cinema di Ciprì e Maresco Le critiche al "Capo dei capi" e a "Palermo shooting" Sono criteri ragionevoli, indubbiamente, ma che sembrano avere più attinenza con il finanziamento di uno spot pubblicitario che con quello di unopera che ambisca in qualche modo a un valore artistico, magari minimo, e risponda a istanze creative, di libera invenzione. Seguendo lesempio di Centorrino, il quale reputa Agrodolce un prodotto non discutibile in sé ma «in quanto cofinanziato dalla Regione», anchio voglio sbarazzare il campo della discussione dal problema estetico. Qui non si tratta cioè di stabilire se Agrodolce sia o meno un prodotto valido. Mi preme di più capire se la politica abbia o meno il diritto di pretendere che unespressione artistica, sia pure una soap, debba sottostare alle tre condizioni sopra elencate per potere ottenere quello che a tutti gli effetti pratici è un imprimatur del potere. Giustamente Centorrino si scaglia contro gli "stereotipi" pessimisti della Sicilia irredimibile (ma anche lui incespica nel vittimismo paranoico del siciliano che si sente perseguitato dalla maldicenza continentale). Il guaio è che i suoi stessi criteri di vaglio sono basati su stereotipi, ancorché ottimisti e solari, ovvero su una speculare deformazione della realtà. Se è vero che esiste unisola che funziona e testimonia le sue eccellenze, non possiamo però omettere le sue mille disfunzioni solo per compiacere il nostro orgoglio campanilista. Ne risulterebbe un mondo monocorde, tutto orientato verso un pragmatico buonismo, allincrocio tra una lezione di educazione civica e un messaggio promozionale. Tutto il contrario, insomma, di quello splendido esperimento (in qualche modo sulla scia del caricaturale Johnny Stecchino di Benigni o della satira radiofonica di Peppino Impastato) che fu il Tano da morire (1997) di Roberta Torre, un variopinto musical sulla mafia in cui la parodia fusa in un fedele spaccato antropologico metteva alla berlina gli uomini donore delle borgate palermitane. In base al sistema di valutazione sintetizzato da Centorrino tutta la filmografia di Ciprì e Maresco, per esempio, dovrebbe essere messa al bando (come infatti, in pratica, è stata) per luso di immagini repellenti e di un messaggio di cupezza inconsolabile. Il punto, allora, non è soltanto che larte ha i suoi diritti, incoercibili e sovrani, ma anche che nulla più dellarte ha un ritorno positivo di immagine su un popolo e sulla sua terra. Sono convinto che le asprezze di Sciascia o i toni umbratili di Bufalino, per esempio, abbiano reso agli occhi del mondo la Sicilia assai più affascinante di quanto abbiano saputo fare tante ruffianerie folcloristiche. Naturalmente si potrebbe obiettare che Agrodolce non è un prodotto artistico. Lascio ai critici televisivi una simile controversia. Ma anche ammesso che il prodotto sia scadente, non gli si potrebbe imporre il diktat di una maggiore gradevolezza paesaggistica o di una più marcata positività al fine di ottenere il sostegno pubblico. Va da sé che si potrebbe ricusare unopera brutta e insulsa, che travisa e distorce. Ma allora bisognerebbe anche rinunciare ai tre criteri, così politically correct, che qui abbiamo esposto e discusso. Anche un certo tipo di discorso edificante è una perniciosa buggeratura. La questione è stata posta, da più parti e in diversi sensi, anche a proposito di sceneggiati come Il capo dei capi o in precedenza per linterminabile saga della Piovra, accusate di essere diffamatorie e diseducative. Polemiche ha sollevato anche il film di Wim Wenders Palermo Shooting, accusato da molti commentatori di una consunta visione necrologica della città che vi si doveva celebrare quasi per contratto: ma larte, sopraffina o meno, non può accettare impegni di questa natura. Anche in questi casi, così diversi per destinazione e stile, è opportuno liberarsi della zavorra del giudizio di merito, che stornerebbe dalla tesi che qui si vuole analizzare e sostenere. Ossia che non è possibile pensare a una sorta di censura pedagogica che imponga degli schematici paletti etico-estetici, non privi essi stessi dinevitabili ambiguità e incongruenze. Di sicuro, un tono medio troppo rassicurante, unoleografia luccicante e unagiografia a tutto tondo possono fare molto più danno di una rappresentazione realistica, per quanto cruda e dura. Danno dimmagine, intendo, di credibilità, e di conseguenza economico. La ricerca della verità, documentale e artistica, che poi è tuttuno con una tensione qualitativa e professionale, è il solo titolo che come utenti dovremmo pretendere. Si dirà, molto probabilmente a ragione, che questo non è il caso di Agrodolce, che per target non ambisce certo a problematici impatti emotivi. Ciò non toglie, tuttavia, che il codice proposto da Centorrino resta inaccettabile perché sancisce unopzione selettiva del committente che rischia di uniformare i linguaggi e di idealizzare i modelli sociali in modo falso e stucchevole. Il paradosso è che a infastidire, di Agrodolce, non sarebbe un suo telenovelismo edulcorato e cartolinesco, ma lemergere nellidillio mediterraneo di qualche insidioso scoglio sociologico. Ciò che alcuni detrattori sembrano ritenere auspicabile è un programma senza nulla di agro, senza asperità di sorta, ma tutto dolcissimo: una melassa siciliana o una Sicilia in brodo di giuggiole. Il che non è soltanto è un misfatto culturale, ma anche un temibile boomerang.