La misura di quello che le scienze sociali chiamano "rendimento" di una istituzione pubblica può essere fatta secondo diversi parametri. Tuttavia, in maniera semplificata, sono due quelli che possono condurre a una valutazione sensata e ragionevole: la quantità di atti normativi prodotti, e lefficacia di tali nuove regole in relazione agli obiettivi prospettati e alle ricadute tangibili sul territorio e sul tessuto sociale ed economico. Per la Regione Campania, tanto per fare un esempio, tale valutazione si semplifica in maniera preoccupante: sul sito istituzionale, alla sezione "Leggi e regolamenti", campeggia solitaria una legge, la 12011, quella, cioè, del cosiddetto "piano casa", che tra laltro è una mera parafrasi deregolativa di quanto già fatto, non bene, dal precedente governo regionale. Nullaltro. Nulla che possa far percepire azioni, tentativi, manovre messe in atto per incidere in qualche modo sulla stasi delleconomia, sulla necessità di accelerare la spesa dei fondi europei, su un rilancio organico delle infrastrutture, sulle politiche sociali in disarmo, sul ciclo dei rifiuti, nel tentativo, quantomeno, di sollecitare una generica diffusione di fiducia nei limiti dei mezzi disponibili. E invece la Regione ha ritenuto opportuno unicamente riutilizzare il vecchio arnese delledilizia, della fraveca, fatto di puntelli alla rendita urbana parassitaria, di pronta moneta urbanistica e dando fondo, in ultima analisi, alla storica, unica e in molti casi residuale risorsa di questa regione: il paesaggio. Invece di valorizzare, cioè, un bene unico e non riproducibile, programmandone uno sviluppo compatibile, sui tanti modelli italiani ed europei, si è deciso di optare per un fragile ritorno economico a breve termine, attraverso la dissipazione di parte dei paesaggi di pregio, utilizzando il grimaldello della crisi e dellemergenza, e affidandosi, per quanto riguarda eventuali regole, tutela e qualità architettonica delle costruzioni, al mercato, a qualche funzionario un po più attento, a un improbabile buon senso. Con questo "piano casa 2" (che sarebbe più corretto definire "piano paesaggio" visto che inciderà soprattutto sulle aree di pregio e a elevato profitto, compresa parte dei centri storici), la Regione ha congegnato la "deroga perfetta", attraverso la quale si potrà mettere e ri-mettere mano a costruire dovunque, senza un piano urbanistico, senza vincoli e senza limiti di superficie e volumetrici: la Penisola Sorrentina, il Cilento, tre quinti del territorio di Napoli, persino ampie aree a rischio vulcanico, sono diventati materiale disponibile e parte integrante di questa mediocre e unica strategia di "rilancio economico". Tutto questo mentre il vero "piano casa", quello che prevede finanziamenti per nuova edilizia residenziale pubblica da distribuire ai Comuni, è ancora allo stato embrionale e su di esso non è utile nemmeno fare congetture. Tra laltro, come beffa finale, il piano casa, come mostrano anche i dati di altre regioni, non inciderà positivamente sulle possibilità di accesso al bene-casa, soprattutto per quanto riguarda i giovani e le categorie svantaggiate. Contestualmente, è oramai in dirittura darrivo la sanatoria à la carte per la Campania, infilata da un gruppo di parlamentari capeggiati da Carlo Sarro del Pdl nel decreto Milleproroghe. Con la trita scusa dellabusivismo di necessità, si premia per lo più la speculazione e si condona il disastro nelle aree vincolate che sta saturando di edilizia senza qualità la costa. Un disastro, nella regione dove si stimano circa quindici case abusive al giorno (dati Legambiente), fatto di cemento illegale, lavoro nero, elusione di tutte le normative sulla sicurezza, impoverimento dei paesaggi e delleconomia turistica e, solamente per una parte marginale, di effettivo disagio abitativo che non sarebbe possibile soddisfare adeguatamente in maniera alternativa. Questa convergenza "a tenaglia" tra governo regionale e nazionale è segno evidente di una pericolosa assenza di strategie e di idee. Più di tutto, spiace questo stato di cose. Da un cambio di indirizzo politico, come quello in Regione, ci si sarebbe aspettato contestualmente un cambio di passo, un confronto serrato su questioni prioritarie, unanalisi critica e senza acrimonia delle cose già fatte da chi cera prima. Di questi tempi, una necessità etica, ancor prima che politica, soprattutto se ci si candida, legittimamente, a guidare un ente "in mezzo al guado" come il Comune di Napoli.