Attenzione massima alle facciate decorate: insomma, non si devono distruggere. Sensibilità artistica e storica di qualche fine legislatore? Proprio così, solo che la disposizione risale a duemila anni fa. L'impulso alla memoria storica comincia nell'antica Roma. Lo ha ricordato Giancarlo Borellini della Direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici della Lombardia nel corso del seminario ospitato mercoledì in Università. Tema del confronto: le novità del codice Urbani per la tutela del paesaggio. Un tentativo di portare all'attenzione di un pubblico più vasto un tema ancora acerbo per il dibattito. Partendo dalla principale innovazione: «Il piano del paesaggio - ha sottolineato Andrea Tosi del Politecnico di Milano -è entrato nella politica attiva come ricchezza del patrimonio culturale italiano». Il nuovo codice, insomma, ha detto addio alla dicotomia tra cultura e paesaggio. Forte della dignità ritrovata, la ricchezza paesaggistica si apre ora a nuovi progetti di sviluppo locale e riqualificazione. L'obiettivo? «Costruire - ha aggiunto Tosi - il paesaggio della contemporaneità nella quotidianità». Benvenuto riconoscimento -anche se ha dovuto attendere 40 anni per avere dignità di legge -, visto che il paesaggio si può considerare a tutti gli effetti una testimonianza del passato. Ma le novità del codice non finiscono qui: perché la tutela si estende per esempio anche a un edificio di scarso interesse artistico, ma che ricordi un episodio della storia: è il caso della casa dove ha dimorato Garibaldi. Per la prima volta la legge (in vigore dal 1 maggio scorso) si preoccupa anche di dare una definizione di conservazione, manutenzione e restauro. E con analogo scrupolo definitorio identifica il paesaggio come «parte omogenea di un territorio il cui interesse deriva dalla natura, dalla storia umana e da reciproche interazioni». Secondo le nuove disposizioni di legge i valori paesaggistici risiedono in «manifestazioni identitarie percepibili». Sul versante archeologico - ha rimarcato Cristina Ambrosiani della direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici - si poteva sperare in una trattazione più specifica e matura». E mentre si cerca di conciliare esigenze archeologiche e sviluppo del territorio, una domanda si impone: «Come possono continuare a vivere con noi testimonianze come quelle dei fori imperiali, come renderle fruibili e vivibili nella città, e non solo ammirabili?». E se anche nel codice Urbani il burocratese è dominante va riconosciuta «la priorità della pianificazione paesaggistica rispetto a quella urbanistica - ha precisato Emanuela Carpani della Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici della Lombardia occidentale - anche se nella realtà i due percorsi non sempre procedono di pari passo». E allora converrà ricordare a funzionari e operatori lo scrupolo dimostrato da due soprintendenti ante litteram che di nome facevano Raffaello e S. Carlo Borromeo. Incaricato da papa Leone X di inventariare i beni di pregio archeologico, il primo ha trasmesso ai posteri le regole base per presentare un progetto; autore delle Regole caroline, il secondo spiega come dovevano essere costruite le chiese e conservate le suppellettili. Se poi l'attenzione fa un balzo avanti di qualche secolo si possono ritrovare le prime attività di tutela dello Stato unitario: «Gli elenchi delle cose più importanti compilati intorno al 1870 - ha commentato Giancarlo Borellini - permettono di capire la diversa struttura mentale di chi ci ha preceduto: il pregio veniva riconosciuto all'architettura fortificata e chiesastica». Tre esempi di beni da tutelare a fine '800: il castello di Colleoni a Malpaga, la cappella del condottiero in Città alta e la chiesa di S. Tomè.