Come Mario Codognato ben sa, sia negli Stati Uniti che in Gran Bretagna il finanziamento pubblico all'arte contemporanea è stato, negli ultimi decenni, al centro di aspri e articolati dibattiti. La più lucida analisi di questo fenomeno è però contenuta in un libro scritto nel 1991 da un intellettuale francese, Marc Fumaroli. Un libro eloquente fin dal titolo: Lo Stato culturale. Una religione moderna. Come Fumaroli, anch'io penso che lo 'Stato culturale' sia un'aberrazione. Lo stesso Stato che ha il dovere di difendere e conservare il patrimonio culturale che ha superato il filtro del tempo ed appartiene alla coscienza collettiva, non può essere invece uno Stato 'critico d'arte' che conferisce alle opere del presente il timbro di 'arte di Stato'. Se lo fa, rischia di imporre un'ideologia, produrre demagogia e clientelismo e invischiarsi negli interessi privati del mercato (e a Napoli è successo tutto questo, ed altro ancora). Credo che questa sia oggi un'opinione diffusa, ed è questo che intendevo scrivendo che in «nessuna città occidentale, ORMAI, un museo d'arte viva può esser fondato per iniziativa politica e contando SOLO sulla spesa pubblica». Ma, proprio come fu per il nostro patetico e sanguinoso colonialismo fuori tempo massimo, anche nel mecenatismo di Stato l'Italia comincia quando gli altri iniziano a smettere: e così la Penisola si riempie di festosi 'acronimi' che qualche mese dopo essere stati inaugurati in pompa magna si vedono puntualmente, e necessariamente, definanziati. È poi addirittura grottesco che uno dei più costosi di questi musei (il Madre, alimentato con «cifre che farebbero rizzare i capelli anche a un museo americano», scrive Francesco Bonami) sia nato proprio a Napoli, dove le istituzioni pubbliche sono tragicamente latitanti nella difesa del patrimonio culturale loro affidato. Come si fa a non vedere il nesso? Mentre il Barocco vero si polverizza per tragica mancanza di volontà e soldi pubblici, proprio la volontà e i soldi pubblici finanziano il trionfo del posticcio Ba-rock del Madre. Come se non bastasse, poi, questa situazione produce una conseguenza ancor più velenosa. Per far passare l'idea che a Napoli la cultura muore se muore il Madre si deve necessariamente ridimensionare l'allarme per il patrimonio storico. Ma affermare che la distruzione del monumento Guevara sia un 'caso', o uno di molti casi, è esattamente un sintomo della diffusa volontà di non vedere. Non si tratta di 'casi': si tratta del collasso generale e sistematico di un patrimonio monumentale. Quando ci decideremo a mettere questo disastro al primo posto, nell'agenda dell'azione politica e del dibattito culturale? Tomaso Montanari