«Tu sai che non sappiamo (nella deficienza dei mezzi) come conservare i monumenti antichi che minacciano ruina da ogni parte». Non è lo stralcio di un'impensabilmente colta e civile confessione privata di Sandro Bondi: no, è quanto scriveva, cent'anni fa, a Benedetto Croce il direttore generale delle Antichità e belle arti, Corrado Ricci. Leggere il Carteggio Croce Ricci (pubblicato nel 2009 dall'Istituto Italiano per gli studi storici di Napoli) riscalda il cuore: e non solo per l'esemplare curatela di Clotilde Bertoni. A sorprendere il lettore di oggi è l'inversione dei ruoli: è infatti il filosofo che costringe lo storico dell'arte a impegnarsi per la tutela del patrimonio storico e artistico napoletano. E questo è incredibile, oggi: quando nemmeno gli addetti ai lavori hanno più forza e voce per vedere e combattere gli scempi, da allora infinitamente cresciuti. E invece Croce ha occhi per tutto, dalle chiese (parlando di Santa Maria a Caponapoli oggi martoriatissima egli supplica Ricci «di prendere a cuore le sorti di questa chiesa, che è tra le più ricche di Napoli») fino alle querce di San Marcellino, mozzate dai «barbari e grossolanissimi professori che là spadroneggiano» Ricci, da parte sua, si adopera, risolve o cerca di farlo. Ma spesso deve lamentare che l'ostacolo è la sordità dei predecessori di Giulio Tremonti: «Il ministro del Tesoro rispose che per nessun conto avrebbe dato un centesimo di più, e la risposta era sgarbata». Niente, però, ferma l'ardore civile di don Benedetto, e una sua frase andrebbe scritta col fuoco nelle coscienze degli ormai disimpegnatissimi intellettuali italiani: «La protezione dei monumenti è una lotta che bisogna combattere giorno per giorno, e, come vedi, da mia parte mi offro, per quel che posso».