Sad news, titola sul suo blog il gran capo della Antichità egizie, Zahi Hawass. Notizie tristi. «Lo staff del reparto database del Museo Egizio del Cairo mi ha consegnato la relazione sull'inventario degli oggetti al museo dopo l'incursione. Purtroppo hanno scoperto che alcuni oggetti sono scomparsi». Dunque quello che tutti temevano, dopo i disordini dello scorso 28 gennaio, e nonostante le iniziali rassicurazioni, è ora confermato. All'annuncio segue l'elenco, freddo e raggelante: due statuine lignee placcate d'oro di Tutankhamon, una con il faraone portato in spalla da una dea, l'altra mentre impugna un arpione; una statua di calcare di Akhenaton con una tavola per le offerte; un'altra di Nefertiti in analogo atteggiamento; quella di uno scriba di Amarna; una testa di principessa amarniana; undici statuette di legno e uno scarabeo dalla tomba di Yuya. Un autentico tesoro, soprattutto gli oggetti legati al faraone ragazzino Tutankhamon, che in Egitto sono sentiti come un patrimonio nazionale, con pochi paragoni in altri contesti culturali. Ma un tesoro letteralmente senza prezzo perché difficilmente commerciabile: tutti i pezzi sono molti noti, fotografati e catalogati, e quindi nessun ricettatore potrebbe sperare di piazzarli a qualche collezionista. A meno che non si tratti di qualcuno molto ricco, molto spregiudicato, e disposto a tenerseli per sempre chiusi in cassaforte. Sfiorerebbe il patologico, ma può accadere. Ma tutte le notizie che in questi giorni convulsi filtrano dal Cairo sono in realtà ambigue, difficili da decifrare. Un egittologo che da tanti anni scava a Luxor, Francesco Tiradritti, sospetta che l'ammanco fosse noto ai responsabili fin dal giorno dopo l'irruzione: «Probabilmente si sono dati un po' di tempo nella speranza di ritrovare il bottino, all'esterno o anche all'interno del museo. È già successo: per esempio, negli Anni 60 sparirono un paio di bastoni di Tutankhamon, ritrovati dietro un armadio vent'anni dopo. Forse i ladri confidavano di poterli portare fuori in un secondo tempo. Ma perché non l'hanno mai fatto in vent'anni? Si ipotizza che fosse tutta una montatura per far saltare il direttore del museo, che infatti fu costretto alle dimissioni». Intrighi levantini. Un altro egittologo che preferisce mantenere l'anonimato fa notare che dal 29 gennaio a oggi Zahi Hawass ha fornito sul suo blog versioni contraddittorie: «Ha scritto che i ladri erano dieci, erano stati catturati e interrogati, e che tutti i pezzi erano stati recuperati, mentre quelli finiti in frantumi erano restaurabili. Ma allora come si spiegano adesso gli oggetti mancanti? O c'era un undicesimo ladro sfuggito alla cattura, che è riuscito a dileguarsi dai tetti, oppure...». Oppure, è il sospetto, questi ladri non erano i veri ladri, ma servivano soltanto a coprire un'altra verità inconfessabile. «Tutto il museo è sorvegliato da un sistema di telecamere a circuito chiuso: dalle registrazioni che cosa risulta? Nessuno ce lo ha detto». Inevitabilmente il pensiero corre all'intervista rilasciata nei giorni scorsi alla Zeit dall'ex direttrice del museo, Wafaa el-Siddiq, in pensione da un paio di mesi. I responsabili del furto, secondo la signora che ora si trova in Germania ma ha sentito i suoi vecchi collaboratori, sarebbero gli uomini della Tourism and Antiquities Police, un reparto della polizia che dorme in un posto di guardia all'interno del museo: colleghi di quei poliziotti che nei giorni scorsi hanno fomentato alcuni episodi di vandalismo per gettare la colpa sui dimostranti e accreditarsi come unici guardiani dell'ordine. La sua tesi è stata rigettata magna cum ignominia da Zahi Hawass, ma attende ancora una smentita più convincente dai fatti.