La storia Nella primavera del 1990 un erbario della Vaticana divise i conservatori e il Pontefice I bibliotecari si opposero, ma la spuntò il Papa Può capitare che in incontri di alto rango diplomatico vengano scambiati doni di vero pregio storico. Una volta il sindaco di Roma Francesco Rutelli donò a Papa Wojtyla in visita al Campidoglio il 14 gennaio 1998 un blocco di travertino del Colosseo con su l'immagine di due santi. Un'altra volta era stato quel Papa a donare al presidente del Messico il 6 maggio 1990 un pezzo unico: un codice azteco sulle erbe medicinali che era tra le rarità della Biblioteca Vaticana. In ambedue i casi ne vennero polemiche. «Il sindaco non è il padrone del patrimonio archeologico», si disse nel primo caso. «Quel codice apparteneva alla Biblioteca Vaticana e non al Papa», si era detto per l'erbario medico degli aztechi. La vicenda dell'erbario è stata richiamata dallo scrittore americano Daniel Mendelsohn in un articolo intitolato «God's Librarians» («Bibliotecari di Dio») pubblicato dal «New Yorker» a gennaio. Chiedo al cardinale Raffaele Farina il capo dei «bibliotecari di Dio»: il suo titolo è cardinale bibliotecario di Santa Romana Chiesa di chiarire il caso di quel codice azteco, che Papa Wojtyla volle portare con sé a Città del Messico 21 anni fa, realizzando una specie di «restituzione» alla patria d'origine di uno dei vanti della Biblioteca Vaticana. «Il fatto è innegabile e quasi unico dice il cardinale ma conviene liberarlo da qualche leggenda che vi è fiorita intorno». L'erbario azteco venuto dal Messico e al Messico tornato si intitola Libellus de medicinalibus Indorum herbis («Trattatello delle erbe medicinali degli indios») e fu composto nel 1552 dal medico indigeno Martin de la Cruz nel collegio di Santa Cruz di Tlatelolco in lingua locale e poi tradotto in latino da Juan Badiano, per cui è anche detto Codex Badianus. E' un testo fondamentale per la conoscenza della medicina azteca. Si compone di 63 fogli ed è illustrato con bellissimi acquarelli. L'autore l'aveva offerto al viceré delle Indie Francisco de Mendoza per perorare presso Filippo II la causa degli indios: «Nos misellos pauperculos Indos omnibus mortales inferiores» («Noi indios miseri e poverelli inferiori a tutti tra i mortali»). Attraversa l'Oceano il Libellus ma forse non giunge mai nelle mani di Sua Maestà cattolica. Sappiamo che nel 1626 lo speziale Diego de Cortavila y Sanabria farmacista personale di Filippo IV di Spagna ne fa dono, a Madrid, al legato papale Francesco Barberini, approda quindi alla Biblioteca Barberini di Roma e con essa confluisce nella Biblioteca Vaticana nel 1902. Nel 1990 Giovanni Paolo II ne fece dono al presidente del Messico Carlos Salinas de Gortari, in occasione della sua seconda visita al Paese centroamericano. L'idea era stata dei vescovi messicani: volevano che il Papa compisse un gesto di omaggio nei confronti della storia e della cultura messicana, dalla quale ogni tanto partono risentite recriminazioni contro i conquistadores e i missionari, guardati come distruttori e trafugatori dei monumenti di quella cultura. Il Papa dei «mea culpa» che in più occasioni accennò agli «abusi» della Conquista acconsentì, ma dovette vincere la resistenza dei suoi bibliotecari. Il prefetto della Biblioteca Leonard Boyle e soprattutto il cardinale bibliotecario Antonio Maria Javierre cercarono di dissuadere il Papa invocando la mancanza di precedenti per una così generosa «alienazione» e facendo appello allo statuto della Biblioteca che la impegna a «custodire con ogni cura i tesori culturali a essa affidati». Si temeva di aprire un varco ad altre richieste e ad altri richiedenti. Ma il Papa fu irremovibile e volle accontentare i vescovi messicani, che gli stavano organizzando una seconda grandiosa accoglienza. Probabilmente quel dono straordinario contribuì ad aprire la strada allo stabilirsi delle relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e la Repubblica del Messico, che arrivarono nel settembre del 1992 e per le quali dovette essere votato dal Parlamento un emendamento costituzionale che permettesse l'abolizione delle restrizioni nei confronti della Chiesa cattolica risalenti agli anni della Rivoluzione messicana (1910-1917). Pur dolorosa per i «bibliotecari di Dio», la sorte del Libellus non fu malvagia: il presidente Salinas de Gortari lo destinò allo straordinario Museo Nacional de Antropologia y historia de Mexico, dove oggi allieta gli occhi dei visitatori e degli studiosi. (Per inciso, va detto che finì bene anche il blocco di travertino con i due santi donato da Rutelli al Papa polacco: è oggi esposto nei Musei Vaticani, precisamente nel Pio Cristiano, settore 4). «Quanto a testi antichi, papiri, codici miniati e manoscritti, la Biblioteca Vaticana forse è la prima al mondo. Una delle più antiche per fondazione tra quelle ancora attive e la più ricca di pezzi rari»: così il cardinale Farina, uomo mite e garbato, mi introduce alla visita della mostra intitolata «Conoscere la Biblioteca Vaticana». Una storia aperta al futuro (Braccio di Carlo Magno, fino al 13 marzo 2011), allestita per la riapertura della Biblioteca dopo tre anni di ammodernamenti e restauri. Visitare la mostra o i locali della Biblioteca è come esplorare un vivente palinsesto della cultura umanistica che si è venuto formando nei secoli, da quando Niccolò V e Sisto IV la vollero a «ornamento della Chiesa militante», Ad decorem militantis Ecclesiae, come dice la Bolla di fondazione del 1475. Il pezzo principe della mostra è il Codice Vaticano B del IV secolo, il più antico al mondo tra quanti contengono l'intera Bibbia ebraico-cristiana. Figura già nell'inventario di fondazione della Biblioteca e forse era arrivato in Italia con la delegazione greco ortodossa al Concilio di Firenze-Ferrara (1435-1439). Gareggiano con i colori delle immagini e il prestigio delle corti di provenienza il De arte venandi cum avibus «L'arte di cacciare con gli uccelli» di Federico II e la Bibbia Urbinate di Federico da Montefeltro. Si contendono l'attenzione dei visitatori i codici di Virgilio e il Canzoniere in parte autografo del Petrarca e una Divina Commedia con illustrazioni del Botticelli e un'antologia una Silloge di testi di Dante e del Petrarca trascritti dal Boccaccio. E autografi di Lutero e di Michelangelo e non si finirebbe di dire.
Quel codice azteco prelevato da Wojtyla e restituito al Messico
Il cardinale Raffaele Farina, capo dei bibliotecari di Dio, ha risposto a un articolo del New Yorker di Daniel Mendelsohn sul dono di un erbario azteco al presidente del Messico Carlos Salinas de Gortari nel 1990. L'erbario, intitolato Libellus de medicinalibus Indorum herbis, è un testo fondamentale per la conoscenza della medicina azteca e fu composto nel 1552 dal medico indigeno Martin de la Cruz. Il cardinale Farina ha chiarito che il dono fu fatto con il consenso dei bibliotecari della Biblioteca Vaticana e che il codice non apparteneva al Papa, ma alla Biblioteca Vaticana.
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