In tre anni ha letteralmente rivoluzionato la concezione dei grandi eventi teatrali e ha fatto improvvisamente diventare vecchi alcuni colossi prestigiosi come la Biennale Teatro e i festival di Edimburgo o di Spoleto. Ha costruito un modello di gestione nuovo, ecologico e indirizzato alla crescita professionale e al coinvolgimento delle risorse artistiche e produttive presenti sul territorio. Ha creato filiere e determinato indotto, muovendosi secondo una logica di inclusione e non di contrapposizione. E tutto questo è stato possibile solo perché si è costituito un gruppo di lavoro, dalletà media abbastanza bassa, che in soli tre anni è cresciuto assieme al Festival, qualificandosi come uno dei migliori staff organizzativi del mondo. Esattamente quelle 50 persone che da qualche giorno non possono lavorare più a seguito dellapplicazione (pretestuosa) del decreto sulla stabilità. Cera tutto, nel Festival: il grande evento sempre agognato, linnovazione, il pubblico, la visibilità e le relazioni internazionali, la professionalizzazione giovanile, le ricadute economiche, la buona gestione (certificata). Soprattutto, nel Festival cerano una politica e un progetto culturali. E deve essere stata proprio questa circostanza a infastidire oltremodo la nuova giunta regionale, la quale, è ormai evidente, non ha la minima idea di che cosa significhi "politica culturale". Già il fatto che, in una regione in cui il centrosinistra per 10 anni ha tentato di costruire la propria credibilità investendo sulla cultura, il centrodestra non abbia previsto nel proprio programma elettorale un modello culturale alternativo a quello bassoliniano la dice lunga sulla considerazione che ha della cultura. Ma è ancor più grave che dopo 8 mesi di governo e dopo estenuanti querelle lunica politica culturale della Regione consista nelle parole rilasciate dal presidente Caldoro a questo giornale ai primi di dicembre: «Certo che ce labbiamo la nostra idea. Ma stiamo elaborando il modello, che non è ancora pronto, ma diremo tutto». Intanto, ci sono stati fatti, più che modelli. E i fatti sono: la morte del Trianon, il licenziamento di De Rosa; la debole e difettosa proposta di modifica dello statuto della Fondazione Donnaregina (basata sul principio: decide Caldoro); lallontanamento forzato dello staff del Festival e la morte delledizione di questanno; il blocco della Film Commission, dove da sei mesi cè un presidente nuovo che non può insediarsi perché i consiglieri ancora non sono stati nominati. Eccolo qui il governo del fare. Naturalmente, come tutti i fatti, anche questi parlano e dicono che no, la politica culturale la Regione non ce lha, perché lunica cosa che ha dimostrato di avere è una concezione aggressiva, autoritaria e vendicativa della democrazia e dellamministrazione pubblica, dove ciò che conta è occupare spazi, cariche e funzioni facendo piazza pulita del passato, rastrellando indistintamente, senza distinguere fra meriti e demeriti, fra capacità e incapacità, senza preoccuparsi di avere una visione e un progetto, dimenticandosi che qui chi governa ha davvero ricevuto il mandato direttamente dallelettorato, il quale ha chiesto di voltare pagina, non di produrre macerie. Chi scrive ha ripetutamente e spesso duramente criticato su queste pagine e in altre sedi la politica culturale bassoliniana. Ma quella era criticabile perché esisteva. Adesso, è evidente, è in atto soltanto una guerra che rade al suolo e non prevede prigionieri, che lascia rovine e "rifiuti". Ancora spazzatura, con buona pace della cultura. R. I. P.