Il musicista e regista torna in concerto con "Lessenziale". E si interroga sulla follia di questi anni italiani FULVIO PALOSCIA Federico Zampaglione ha scritto la sua vita sul corpo. Tatuaggi ovunque, che spuntano dalle maniche, dal colletto del maglione. I momenti di sofferenza sono corone di spine che circondano il polso, la felicità è rappresentata dal nome della figlia, Linda, vergato in bella calligrafia su un braccio. «Così quello che conta, lo porto sempre con me, sulla pelle - dice il cantante dei Tiromancino - per non dimenticarmene quando scrivo le mie canzoni. Perché la vita è la madre di tutte le idee», riflette, commentando la copertina del nuovo album, Lessenziale. Un uovo, niente altro che un uovo che campeggia beffardo e sinuoso al centro dellimmagine: «Simbolo del ritorno alle origini, dellinizio, della nascita, del nutrimento. Però, che voglia di rompere il guscio». Lui il guscio lha rotto tornando dal vivo, in concerto, «il momento più bello di chi fa questa mestiere: il concerto è lultima, vera zona protetta per chi fa musica». Lessenziale è adesso anche un concerto in cui Zampaglione asciuga tutto il suo repertorio, lo libera da orpelli per mostrarne la natura più vera, più intima, come intimi sono gli spazi che oggi lo ospitano: a Firenze, sarà il teatro Puccini, il 22 febbraio, «un ritorno per me graditissimo, soprattutto oggi che avete un sindaco sorprendentemente giovane, idea vincente. Non amo molto il termine rottamazione, è un po splatter: ma bisogna portare qualcosa di buono in politica, altrimenti si rischia di tornare indietro». Album e concerto, prosegue Zampaglione «sono una reazione al superfluo in cui viviamo immersi. Siamo così tempestati da bisogni indotti, da oggetti del desiderio perfettamente inutili, che rischiamo daffogare. Dobbiamo tornare a qualcosa di utile per salvarci da questo disastro economico e morale». Per sottolineare come non gli piacciano i tempi che corrono, ha chiamato Fabri Fibra ospite di una canzone, Linquietudine: «Lui fa hip hop, io tuttaltro. Però condividiamo la visione della realtà, e la volontà di non essere etichettati, uniformati a qualcosa. Fabri usa il rap non come fine, ma come mezzo per raccontarci il mondo senza peli sulla lingua». A costo di pagare scotti non indifferenti, come lesclusione dai circuiti promozionali del mainstream: «Il potere non vuole che la gente pensi, così può fare quello che gli pare. Ma gli italiani non sono mica così. Mi sembra che ci sia una distorsione momentanea della natura di questo popolo. Questo periodo turpe, crudo, sarà seguito da un paesaggio con rovine assimilabile al dopoguerra. Mi chiedo: come abbiamo potuto permettere tutto questo?». Ci sono due Zampaglione. Il cantautore, che predilige il bianco dellamore. Il regista cinematografico, che invece indaga il nero della paura. A quale dobbiamo credere di più? «Ad ambedue. Mi piace dare voce alla metà oscura che si nasconde dentro ognuno di noi, è unemozione primaria come lamore. Inquietudine e sentimento ti accompagnano sin dalla nascita, per non mollarti mai più».