Le forme del pittore francese confrontate con quelle del Buonarroti nella mostra che si apre oggi a Brescia "Scusami, non posso raggiungervi scrive da Nizza nel 1918 Henri Matisse al collega Albert Marquet perché sono trattenuto da una donna, passo con lei tutto il mio tempo e non credo mi muoverò da qui per tutto linverno". Un colpo di scena nella vita del pittore francese da sempre dedito alla moglie Amélie, ai suoi tre figli, a una vita borghese contro ogni stereotipo maudit? In effetti sì. Perché lidentità di questo amore rivela linteresse di Matisse verso un mito del Rinascimento, periodo che, comè noto, lartista francese amava pochissimo. "Fortunatamente prosegue la lettera questa donna è un calco di Michelangelo e si chiama La Notte. LEcole des arts décoratifs ne possiede una copia a grandezza originale. Sono ritornato studente: oggi dalle otto a mezzogiorno ho modellato dal vivo, dalle quattro alle sei ho disegnato la Notte e domani ricomincerò e così per tutta la settimana". Una frase così accende la curiosità, fa venir voglia di comprendere come linnamoramento per la Notte di questo genio del Novecento che per Picasso "aveva il sole nel ventre", si possa tradurre in pittura. La mostra "Matisse. La seduzione di Michelangelo" curata da Claudia Beltramo Ceppi, aperta da oggi al 12 giugno al Museo di Santa Giulia di Brescia, accompagnata da un catalogo Giunti, si pone il compito di dimostrare la profondità del legame che tiene uniti questi due maestri. Separati da quattro secoli, ma tenuti insieme dal filo ben saldo dellurgenza espressiva. Il percorso conduce tra 180 opere di Matisse dipinti, disegni, incisioni, gouaches, sculture - dagli esordi, avvenuti nel segno della pittura fauve, fino alla parte finale della sua vita, dedicata allillustrazione dei libri, della rivista Verve e alla grande scoperta del papier découpé. Questo attraversamento della luce matissiana avviene allombra di Michelangelo: qua e là si incontrano per un confronto ideale e per certi versi davvero sorprendente, diversi calchi delle sue più importanti sculture, oltre a un disegno originale raffigurante due Veneri. Che dialoga con uno stesso soggetto eseguito dal francese. Larte di entrambi, infatti, trova linfa nellamore per il corpo, nella ricerca spasmodica delle posizioni che questo può assumere nello spazio della creazione. Si è sempre parlato della sensualità delle donne di Matisse, delle sue odalische, dei nudi, ma anche delle figure tratte dalla mitologia greca. Come lEuropa qui esposta, che tutto pare tranne che una fanciulla spaventata da Giove. Eccola lì, abbandonata, distesa, in una postura che ricorda appunto gli esempi delle Cappelle Medicee di Michelangelo, accanto al dio che per possederla si è trasformato in toro: lui lavrà pure rapita, ma lei lo ha senza dubbio domato. Da dove nasce questo erotismo indolente tutto matissiano se non dalla perfetta padronanza dellartista dellanatomia della macchina corporea che si rivela in pose e torsioni cariche di espressività? «Devo dipingere un corpo di donna: prima gli conferisco grazia, fascino, ma si tratta di dargli qualcosa di più» affermava. Cercava questo, il quid in più, probabilmente, tra le pieghe della Notte. Che aveva visto e amato dal vero in un viaggio in Italia del 1907, con tappa a Firenze e visita alla Sagrestia in San Lorenzo, dove le sculture michelangiolesche incarnano la fugacità del tempo, il passare dei giorni, ma anche le stagioni delluomo. Che il corpo è chiamato a narrare. A unire Michelangelo e Matisse è anche questa predilezione, la scelta di usare lanatomia per altri più alti racconti. «Quel che più mi interessa non è la natura morta, né il paesaggio, ma la figura. La figura mi permette ben più degli altri temi di esprimere il sentimento, diciamo religioso, che ho della vita», diceva il francese. Sappiamo che Matisse possedeva un calco di uno dei Prigioni di Michelangelo, lo Schiavo morente, capolavoro conservato al Louvre. Eccolo comparire in due opere in mostra. È il protagonista dellInterno con schiavo dove appare in primo piano davanti a una finestra, altro tema matissiano per eccellenza. E poi, eccolo svettare, unico tocco di bianco, tra gli arabeschi, gli ornamenti, la tessitura di rossi di Pianista e giocatori di dama, come fosse una silenziosa dichiarazione di poetica: ci sono i tappeti, gli incastri, le tappezzerie, le stoffe a fiori e a righe, ma cè anche questo pezzo di Italia, in un incontro tra oriente e occidente protetto dal sogno realizzato della classicità. Matisse, tra laltro, scolpiva. Sempre tenendo ben presente la linea curva, quel contorno che per lui è lorigine di tutto. Nella sua testa è ben chiaro il primato del disegno, valore consolidato del Rinascimento fiorentino. E nella statuaria, dove manca la potenza espressiva del colore, questo appare ancora più evidente: basti guardare il Nudo disteso, la sua prova scultorea più grande, o il Piccolo nudo accovacciato per rendersi conto della tensione della linea che crea volume, pienezza e armonia della forma. Naturalmente nel suo inno felice alla bellezza non cè posto per i dettagli: in questa necessità di sintesi Matisse è figlio del suo tempo. Lo sa e lo rivendica quando afferma: «Si nasce con la sensibilità di tutta unepoca». Per questo è così moderno, e può premettersi la sua allergia a tutti i movimenti e le ideologie che nascevano intorno a lui: cubismo, dadaismo, surrealismo. Non gli interessa niente di tutto questo, larte per Matisse deve essere come "una comoda poltrona". E infatti la sua vita scorre nel colore, nonostante attraversi due guerre mondiali. Ecco il senso della sua "gioia di vivere" che è gioia di dipingere. Ma anche di disegnare, modellare, ritagliare: le arti per lui sono davvero sorelle. Alla fine della sua carriera questo "sarto delle luce", come lo ha definito un critico, giunge al papier découpé: colora la carta e poi la ritaglia, sintetizzando sempre di più, come succede nella Venere proveniente da Washington. Afferma che in questo modo può "disegnare nel colore" e che "ritagliare nel vivo il colore ricorda lo sbozzare diretto degli scultori". Significa lavorare per sottrazione "per via di levare". Come faceva Michelangelo convinto assertore che lopera fosse già contenuta nella materia e compito dellartista fosse solo quello di svelarla. Così Matisse può dire di colui che questa mostra gli riconosce come un maestro a fianco: «Si potrebbe far rotolare una statua di Michelangelo dallalto di una collina fino a far scomparire la maggior parte degli elementi di superficie: la forma rimarrebbe comunque intatta». E per lartista francese lunica cosa che conta è questa: la felicità della forma, la sua essenza imperturbabile.