Qualsiasi discussione sulla politica culturale a Napoli deve partire da una presa di coscienza: dev'essere ben chiaro che è 'allarme rosso' per il patrimonio storico-artistico della città. Per comprenderlo, niente è più efficace che guardare due fotografie: esse ritraggono il monumento funebre di Isabella Guevara nella Chiesa di Gesù e Maria alla salita Pontecorvo. Nella prima foto lo si vede com'era fino a quindici anni fa (cioè nello stesso stato in cui uscì, nel 1673, dalle mani di Andrea Falcone e Dionisio Lazzari), nell'altra lo vedete invece come è oggi, dopo una raffica di furti che sembra continuare ancora, approfittando della chiusura della chiesa, ridotta ad una larva. Né il timor di Dio, né il rispetto per i morti hanno fermato i ladri, e i marmi colorati che proteggevano il sonno eterno della duchessa sono probabilmente finiti a 'decorare' il bagno di qualche camorrista. Così, la statua di Isabella in preghiera (tanto berninianamente viva) è oggi (e forse per sempre) inclinata come una cosa morta, pateticamente appesa ad un'impalcatura di tubi. Si tratta di un episodio ben noto alla Soprintendenza, e documentato in uno dei meritori quanto allucinanti fascicoli dedicati al censimento infinito dell'arte rubata. Ma nella bibliografia scientifica si continua a stampare la foto del monumento com'era, ed i colleghi stranieri rimangono tramortiti quando si mostra loro ciò che è successo negli ultimi anni. Ecco, chi a Napoli si turba ancora di fronte ad un'immagine così? Chiese intere inghiottite da voragini, pale d'altare divorate dalla muffa, affreschi lavati via dalla pioggia, palazzi storici sventrati dalla lottizzazione: tutto noto, risaputo, perfino ovvio. E non parliamo di Pompei. Ma la vita culturale continua. Sull'ultimo domenicale del «Sole24» un'intera pagina di pubblicità a pagamento reclamizzava «gli allestimenti della soprintendenza per il Polo Museale di Napoli», cioè la mostra fotografica di Ugo Mulas e quella di «Bill Viola per Capodimonte». Il punto non è il valore intrinseco di queste iniziative: ma è impossibile non chiedersi che senso abbia che la Soprintendenza responsabile della chiesa di Gesù e Maria, e con essa di tutto il moribondo patrimonio artistico napoletano, spenda in questo modo i pochi soldi che ha. Si dirà che gli unici finanziamenti arrivano per fare le mostre: ma questo è un meccanismo da denunciare, e non da cavalcare con la giustificazione di prolungare l'agonia del patrimonio grazie alle briciole che cadono dal banchetto dell'effimero. Più in generale, si ha l'impressione di una diffusa mancanza di consapevolezza della gravità della situazione. Da ormai un anno il discorso pubblico è inchiodato alle sorti del Madre: che è davvero come occuparsi di uno spiffero in mezzo ad un uragano tropicale. Nello specifico il problema non attiene neanche alla politica culturale, ma ai rapporti tra i gruppi di potere della passata e della presente amministrazione regionale, ed anzi alla imperterrita resistenza di un direttore che, se tenesse davvero alla propria 'creatura', avrebbe dovuto da tempo rassegnare le proprie dimissioni. Comunque la si veda, tuttavia, è pazzesco che il dibattito culturale napoletano ruoti attorno ad un'istituzione come quella. In nessuna città occidentale, ormai, un museo d'arte viva può esser fondato per iniziativa politica e contando solo sulla spesa pubblica. Le amministrazioni possono creare le occasioni, offrire sedi o benefici fiscali, ma non possono farsi mecenati di un'arte che è ancorata ad un mercato multimilionario, e che (se è davvero viva) deve camminare con le proprie gambe e saper coinvolgere finanziatori privati. Ma men che meno questo può avvenire a Napoli, dove l'indifeso patrimonio artistico pubblico sta subendo il più drammatico e spettacolare sfascio che l'Europa di oggi conosca. L'unico punto di partenza possibile per ogni poltica culturale pubblica a Napoli non può che essere un sano e duro: «primum vivere, deinde philosophari». E vivere vuol dire salvare il patrimonio artistico e morale (penso a Storia Patria) della città. Solo dopo ci si potrà semmai dedicare al «philosophari» dell'intrattenimento culturale: e comunque non lo si dovrà fare con il denaro pubblico. Come è noto, ogni terapia deve partire da un'accettazione della malattia e da un cambiamento radicale di stile di vita. Ma oggi i medici paiono distratti, e più intenti a distrarre il paziente con la cosmesi che a sostenerlo con una cura decisa: fuor di metafora, è dalle università e dalle soprintendenze che ci si aspetterebbe un serio, articolato, documentato e perentorio grido di allarme. Non è tempo di spendere milioni di euro in mostre, eventi o 'musei' di arte commerciale: è il tempo di salvare un palinsesto artistico e culturale unico al mondo. E non è un tempo infinito. Tomaso Montanari