IL Piano di gestione del Centro storico presentato il 2 febbraio scorso ha visto la collaborazione di esperti quasi tutti esterni alla città, e segnatamente di un istituto di ricerca dellUniversità di Torino (Siti). Sponsorizzato dallo stesso Unesco, il piano ricalca le elaborazioni finora redatte dagli uffici comunali e note sotto il nome di Dos (Documento di orientamento strategico). I due "driver" dindirizzo, promulgati dagli assessori Oddati e Belfiore, che individuavano nella "accoglienza" e nella "cultura" i due temi principali delle iniziative sul Centro storico, trovano ulteriore precisazione in quattro "assi strategici" (Conservazione, tutela, rivitalizzazione; Produzione, turismo, commercio; Trasporti, infrastrutture, ambiente; Società civile, produzione di conoscenza, ricerca). Tali indirizzi, peraltro abbastanza generici da potersi attribuire a qualunque città dItalia e del mondo, si dovrebbero concretizzare in una serie estesa dinterventi di riqualificazione del patrimonio monumentale e dinteresse storico, cui far fronte con la disponibilità di oltre 220 milioni di euro, per ora congelati dalla Regione in ragione dellavvenuto sforamento del patto di stabilità, ma dei quali si chiede il reimpiego in vista - soprattutto - del Forum delle culture del 2013. Qualche giorno prima (venerdì 28) era stato presentato alla Camera di commercio un vasto studio interdisciplinare, commissionato dallUnione industriali della Provincia di Napoli e per essa dalla stessa Cciaa, sul tema degli "Indirizzi e metodologie per la redazione del piano di gestione", frutto del lavoro di esperti e docenti napoletani, tra i quali chi scrive. Levidente contraddizione nella tempistica e nellarticolazione di queste due iniziative evidenzia in modo clamoroso a quale incomunicabilità si sia giunti tra lamministrazione locale e la città, nella sua più ampia espressione di capacità intellettuali e interesse delle categorie operative, da una parte, e del mero esercizio discrezionale del potere dallaltra. Ma vogliamo ancora credere - nonostante la sufficienza manifestata nei suoi confronti - che di quanto prodotto se ne vorrà tenere conto. Se infatti non vi è dubbio che dovesse essere lamministrazione municipale a provvedere alla stesura dello strumento regolamentare, è certo che ciò dovesse avvenire attraverso il più ampio coinvolgimento di quanti hanno lungamente lavorato in quella direzione e soprattutto di quanti - cittadini partecipi di quella realtà - avrebbero dovuto trovare ascolto proprio nella fase di formazione di quello strumento, e non - come praticato - quasi soltanto nelle forme di un confronto a cose fatte. Invece, mentre nessuna partecipazione diretta è stata richiesta alle categorie produttive e professionali, neppure le Soprintendenze sono state in questa fase coinvolte, contrariamente a quanto altrove largamente avvenuto. Napoli continua a essere, come in tanti altri aspetti, loccasione per la sperimentazione del peggio. Inoltre, il passaggio per il consiglio comunale di uno strumento di proposta, controllo e proiezione urbanistico-gestionale di tale portata ed estensione, anche se non per obbligo di legge, avrebbe dovuto essere sentito come unesigenza politica e amministrativa. Ma si è invece preferita la procedura più sbrigativa dellapprovazione in giunta, sopprimendo un dibattito a tutti gli effetti essenziale. Che senso ha aprire un dialogo, sia pure fittizio, attraverso i quattro appuntamenti programmati (unicamente sul sito del Comune), mentre si è trascurata proprio la voce di chi, partecipe di un organismo elettivo, avrebbe dovuto a maggior ragione essere chiamato al confronto? Insomma, lamministrazione locale appare più interessata ad avviare un processo di spesa che un chiarimento procedurale e metodologico e di valutazione dei bisogni reali, e soprattutto delle priorità e urgenze, lasciando così impregiudicate le condizioni di grave abbandono e decadimento dei luoghi, salvo immaginare in astratto una rivitalizzazione che si opererebbe di fatto automaticamente. Si può non essere daccordo con la richiesta di adeguati mezzi finanziari? Certamente no, ma molte cose si possono e si devono fare attraverso la via ordinaria, che è poi la ragione stessa della legge istitutiva del piano: spingere gli amministratori a programmare la gestione dei siti Unesco. Infine, è singolare che un piano venga approvato, inviato al competente ministero, presentato alla stampa, senza che se ne possa disporre fisicamente, visto che esso sarà pubblicizzato solo in seguito, ma era vistosamente assente (tranne una sintesi) alla riunione promossa dagli assessori e dal sindaco.