Il ministro ha veramente sbagliato, la competenza è passata allo Stato Nella smentita di domenica sera ha fatto riferimento a un'altra norma non a quella incriminata Il ministro ha sbagliato decreto. Nuovo giallo sull'abolizione della norma del 1904 che assegna al Comune in concessione la giurisdizione sul Canal Grande. «E' stato un equivoco, quel decreto non può essere abrogato perché è un Testo unico», aveva tranquillizzato il ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli Peccato che il Regio decreto a cui si riferiva non sia quello incriminato. La norma abrogata con un colpo di penna dal ministro è infatti il decreto 721 del 1904. Quello a cui fa riferimento lo stesso Calderoli nella smentita è invece il 523, sempre del 1904, che parla di «opere idrauliche in laguna». Dunque il problema esiste. Dal 15 dicembre scorso il Canal Grande non è più sotto la competenza del Comune. In teoria i vigili urbani non potrebbero più contestare multe, Ca' Farsetti non potrebbe decidere sui limiti di velocità e sulle concessioni di spazi acquei «E' stata commessa una grave leggerezza, speriamo siano in buona fede», rincara la dose l'assessore alla Mobilità e Traffico acqueo Ugo Bergamo, «e il ravvedimento de ve essere operoso, nero su bianco. Occorre rimediare alla svelta». Non bastano insomma, secondo l'assessore, le rassicurazioni fatte avere a voce al sindaco Orsoni. Bisogna agire, «abrogando l'abrogazione» e risolvendo il problema. Un fatto è certo. Mentre si parla di federalismo e di nuova Legge Speciale viene cancellata una norma che assegnava al Comune la competenza sulla principale via d'acqua della città. Proteste generali in città, da destra e da sinistra, categorie economiche, politici e intellettuali. «Un errore madornale, da dilettanti allo sbaraglio», attacca il senatore del Pd Felice Casson, primo firmatario della proposta di riforma di Legge Speciale depositata in Parlamento, «e non è la prima volta che succedono questi guai: anche nella proposta di legge Brunetta sono state cancellate le due Leggi del 1963 e 1966, quelle che prevedevano sanzioni a chi inquina la laguna». Occorre invece, insiste Casson, invertire la rotta, e riportare il controllo delle acque lagunari sotto un organismo unico presieduto dal sindaco della città più importante, cioè Venezia. «Certo non si può delegare tutto a Roma: in questo modo si darebbe ancora spazio ai grandi consorzi e a opere discutibili, portando via lavoro alle imprese locali». All'attacco del ministro leghista anche Italia dei Valori «Calderoli è un ministro centralista e antifederalista», dice il consigliere dell'Idv Gennaro Marotta, «e ha fatto un bel pasticcio: o è un incompetente oppure prova a fare qualche porcata, come lui stesso aveva definito la sua riforma elettorale. Non sarebbe la prima volta, visto che aveva provato ad abolire la legge che puniva le sofisticazioni alimentari». Comunque finisca la vicenda del Canal Grande, Vene zia intende dare una «svolta» all'intero sistema del dominio statale sulle acque della città. «Al Porto devono restare solo i canali navigabili», dice Bergamo, «non esiste che il Comune paghi centinaia di migliaia di euro le concessioni al Porto e al Magistrato alle Acque a San Marco». Linea condivisa anche dai gondolieri «Le acque e le rive devono essere governate dal Comune», dice il presidente Aldo Reato.
Venezia, Canal Grande. Il decreto Calderoli resta un giallo
Il ministro Roberto Calderoli ha sbagliato nel cancellare una norma del 1904 che assegna al Comune la competenza sul Canal Grande. La norma è stata abrogata con un colpo di penna dal ministro, ma è un Testo unico e quindi non può essere abrogato. Il problema esiste dal 15 dicembre scorso, quando il Canal Grande non è più sotto la competenza del Comune. I vigili urbani non potrebbero più contestare multe e Ca' Farsetti non potrebbe decidere sui limiti di velocità e sulle concessioni di spazi acquei. L'assessore alla Mobilità e Traffico acqueo Ugo Bergamo ha chiesto il ravvedimento e l'abrogazione dell'abrogazione.
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