Gli operatori culturali in campo sulle scelte per il museo. «Basta polveroni e scontri» Un gesto - il ritiro delle opere dal Madre - dirompente, i galleristi napoletani farebbero volentieri a meno di intervenire nello scontro polemico che pervade l'affaire-Madre, oltre tutto una delle modifiche statutarie richieste dalla Regione, e respinte dal cda della Fondazione Donnaregina, riguarda proprio l'ingresso di un gallerista campano nell'organo di direzione scientifica di Palazzo Donnaregina. Ma il Madre, il suo destino, il suo futuro, sta a cuore a molti, e quindi la cortina del silenzio lascialo spazio per chiarire alcuni concetti. Alfonso Artiaco non comprende le ragioni del ritiro, minacciato, delle opere di Mimmo Paladino, Francesco Clemente, Domenico Bianchi dal Madre: «Un gesto che non capisco, altrove non è mai accaduta una cosa del genere. Gli artisti donano le loro opere ai musei, le donazioni hanno dinamiche differenti da quelle che leggo». Come vede l'ipotesi di ingresso dei privati nella Fondazione? «Non mi sembra per niente una cosa disdicevole, i privati possono supportare le attività del Madre, è una formula collaudata altrove, francamente non capisco che si sollevi un polverone a questo proposito». Anche relativamente alla cooptazione di un gallerista nel gruppo dirigente della Fondazione, Artiaco esprime parere favorevole: «Non vorrei che si scatenasse una guerra di religione. I contributi di qualità possono solo essere utili ad un museo, recentemente il gallerista Usa di Clemente, Jeffrey Ditch, è stato chiamato a dirigere il Moca a Los Angeles, e Gregor Muir, direttore della galleria londinese Hauser and Wirth, ora dirige il museo Ica, sempre a Londra. Un gallerista può dare contributi in termini di energia, il Madre ha costruito un museo internazionale ma non ha tenuto conto - l'ho sempre sostento, non lo dico adesso - della straordinaria storia che questa città ha espresso per l'arte contemporanea». Secondo Bonito Oliva con l'ingresso di un gallerista e con le altre modifiche statutarie si minerebbe l'indipendenza culturale della Fondazione, e quindi del Madre: «Mi spiace, non sono d'accordo con il mio amico Achille». Quale futuro per il Madre? «Mi auguro chiarezza da parte delle istituzioni, che dicano quel che vogliono fare, un cambiamento è inevitabile». Ma è la posizione del direttore lo snodo della vicenda? «Non lo so, e non voglio fame una questione di nomi, di persone: però altrove, a Roma, a Torino, con il cambiamento delle amministrazioni, i direttori dei musei hanno rassegnato le dimissioni, accettate da Alemanno e respinte da Cota». La premessa di Peppe Morra (Fondazione Morra, Museo Nitsch) sarebbe quella di non intervenire nella polemica, ma la passione partecipativa ad un. tema così importante (il destino del Madre) per l'arte in città fa vincere la resistenza ad alimentare una polemica «che è meglio se non ci fosse, finisse, e si cominciasse a guardare avanti: per il bene del sistema dell'arte a Napoli, non solo quella contemporanea». Anche Peppe Morra è rimasto stupite dall'ipotesi di ritiro delle opere di Clemente, Bianchi e Paladino dal Madre: «Davvero non capisco questa intenzione, spero che rientri... Senza far polemica penso che se si vuole assicurare vita al Madre bisogna uscire dalla piega che ha preso la vicenda. Per quanto riguarda l'apertura a privati e galleristi, non posso che essere d'accordo, ho sempre sostenuto che fosse necessario inserire privati, anche internazionali. Quello che conta è che il Madre diventi indipendente dal potere politico, che una volta può essere di un segno, un'altra di quello opposto».