C'è un vero giallo, tra le chiese di Roma. Riguarda un progetto di catalogare in forma digitale le opere d'arte, dal Mosè di Michelangelo ai candelabri, i volumi e i registri storici delle chiese della capitale ma che s'è incagliato. Il lavoro è stato battezzato «lldefonso Rea. Le cento chiese della Diocesi di Roma» e gli ingredienti del mistero ci sono tutti: è saltata fuori addirittura una microspia in un'auto, con relativa denuncia alla Procura di Roma perché non è stata collocata dall'autorità giudiziaria e quindi si configura un reato, e un esposto affinché la magistratura sequestri tutti gli atti della "vicènda a titolo cautelativo. Ad aver presentato gli esposti è la Fondazione culturale capitolina Paolo di Tarso che ha stipulato una convenzione con la Diocesi di Roma, ha avuto l'assenso di più ministeri, si sente parte lesa e vuole sapere cos'è accaduto. E siccome c'è da far chiarezza, il deputato della Margherita Paolo Gentiloni presenta oggi al ministro Urbani un'interrogazione parlamentare d'urgenza per sapere che fine ha fatto l'intera faccenda. E il ministro dovrà dare chiarimenti, visto il finariziamento pubblico: otto milioni 320 mila euro di cui 2 milioni e 277 mila per la prima fase dell'iniziativa, a Roma, il resto per una seconda parte che deve estendersi alle diocesi del Piemonte, del Molise e di Lucca. A questo punto sarà bene descrivere questo «lldefonso Rea» (era un abate di Montecassino del dopoguerra). Nell'aprile 2003 la fondazione romana presenta il programma al ministro per l'innovazione e le tecnologie Lucio Stanca e al suo collega ai Beni culturali Urbani. Si tratta, spiega il responsabile dell'area progetti della fondazione Fabio Gallo, non di fare l'inventario di tutto quanto c'è nelle chiese ma di documentare, e poi mettere a disposizione su internet, quanto c'è di artisticamente e storicamente rilevante. Inclusi codici miniati, partiture musicali, manoscritti. «Un progetto biennale che sarebbe stato inimmaginabile senza l'accordo con la diocesi, e che prevede di impiegare 321 giovani storici dell'arte», puntualizza Gallo. Tra i soci fondatori figura monsignor Renzo Giuliano, parroco pro-tempore di Santa Maria degli Angeli, autorizzato il 3 maggio dal cardinal Ruini. II 29 luglio 2003 il comitato dei ministri del Governo per la società dell'informazione presieduto da Stanca le approva all'interno di un «Progetto sviluppo del network turistico culturale». Nel frattempo anche la direzione dei beni librari del dicastero acconsente: c'è un «appunto per il capo di gabinetto del ministro» (quindi il destinatario è Turetta, oggi direttore regionale dei beni culturali del Piemonte) del 4 maggio 2004 in cui è scritto che «si ritiene di dover finanziare l'iniziativa anche perché la Fondazione possiede professionalità e competenze specializzate». Arriva il 1 giugno e alla conferenza stampa, convocata «dopo aver spedito mille inviti che ci hanno pure rimborsato dal ministero non si presenta nessuno», dice Gallo. Eppure il 2 luglio viene firmato il decreto per «cofinanziare» il progetto e don Renzo lo apprende via mail dall'ingegner Pelosi, capo dipartimento Innovazione e tecnologie, il quale si felicita perché ritiene l'iniziativa «di notevole rilievo culturale e scientifico». La Corte dei conti non trova nulla da eccepire quindi tutto pare filare liscio. Salvo che per quell'assenza alla conferenza stampa. «Poi sono spariti - chiede Gallo - Perché non hanno scritto nulla in merito? Perché non ci hanno mai risposto? Cos'è successo? Dove sono i soldi? C'è forse qualcun altro interessato a eseguire il progetto delle "Cento chiese"?». Per saperlo la Fondazione si è rivolta alla magistratura con i due esposti, presentati a ottobre. «Ma vogliamo anche sapere chi e perché ha messo la microspia nell'auto della Fondazione - continua Gallo - L'abbiamo scoperta casualmente, durante un lavaggio, nascosta tra il posto di guida e quello vicino». Intanto un comunicato del vicariato lanciato ieri afferma di aver «da tempo significato nelle sedi competenti il proprio non interesse al problema in oggetto e pertanto non ha avanzato e non avanza alcuna contestazione al ministero». Dunque la diocesi di Roma sulla carta se ne tira fuori. «Ricordo che nessuno, e nessun ente ecclesiastico, è legittimato a parlare a nome della Fondazione Paolo di Tarso e quindi non può mandare a monte alcun accordo scritto, firmato e autorizzato - ribatte Gallo -Ora è la magistratura che ha tutta la documentazione che può fare chiarezza».