I1 libro di Salvatore Settis ha un pregio: scalda il cuore e spinge all'azione in difesa del paesaggio e del patrimonio culturale del Paese a fronte della devastazione crescente. Il libro segue la trama della storia della tutela giuridica del paesaggio italiano, delle bellezze naturali e dei monumenti, delle piazze, delle chiese, dei palazzi che in esso si trovano incorniciati a comporre insiemi straordinari, spesso unici al mondo: combinazioni di alta suggestione secondo la consuetudine del Grand Tour dei secoli scorsi, in cui il passaggio in Italia era avvertito come il più fecondo culturalmente. Le prime norme furono introdotte dai romani che, fautori del dominium privato, seppero però sviluppare i moduli giuridici funzionali al contenimento del desiderio, in sé sconfinato, di occupazione e di sfruttamento del territorio da parte dei singoli: fu così pensata e sapientemente organizzata la categoria della pubblica utilità che limita la proprietà privata, ascrive alla collettività dati beni (teatri, piazze, basiliche eccetera, ma anche il mare e i suoi lidi) e, nel contempo, attribuisce a qualunque cittadino il diritto di agire processualmente per il rispetto della loro consistenza e qualità. Ebbe così inizio una lunga, ma univoca, tradizione giuridica che passa dagli statuti dei liberi Comuni alle legislazioni degli Stati preunitari per giungere - attraverso il medio delle leggi Croce (1922) e Bottai (1939) - all'art. 9 della Costituzione del 1948. Una tradizione che Settis pone «fra le massime incarnazioni della storia istituzionale, culturale e civile del nostro Paese»; e, per questo, è paradossale che oggi il paesaggio italiano sia in grave sofferenza a causa, in particolare, di una copiosissima cementificazione (dal 1995 al 2006 sarebbe stata cementata una superficie pari a poco meno di quella dell'Umbria!). Settis si scaglia contro le brame di dominio terragno e di profitto economico, ma sa guardare oltre: vi sono le responsabilità, spesso le collusioni, dei pubblici amministratori, vi sono i difetti della nostra legislazione speciale e, in fondo, anche del sistema costituzionale. Il legislatore repubblicano ha come giocato con le parole (paesaggio, territorio, ambiente e altro) creando ambiguità di cui si sono avvantaggiati gli enti locali che hanno preteso di disciplinare e amministrare variamente porzioni di un insieme che doveva rimanere giuridicamente omogeneo. Anche la Costituzione ha la sua parte di responsabilità in quanto l'art.117 costituzionalizza il conflitto di competenze assegnando alle Regioni la legislazione sull'urbanistica e ora, dopo la riforma del titolo V, anche la «tutela dell'ambiente, dell'ecosistema e dei beni culturali». Il che ha dato forma a una deriva localistica talora miserabile. A livello locale è più agevole la deviazione verso interessi speculativi e più frequente una certa incultura, dimentica di quel che l'Italia tutta è stata nella storia istituzionale e artistica dell'Occidente: è per mancanza di consapevolezza che, osserva Settis, «piazze medievali, cattedrali e palazzi comunali stanno per diventare una sorta di quartiere dei giochi o di shopping center artificiale». Così lo straordinario paesaggio italiano corre il rischio di essere ridotto a "non luogo"; e in esso hanno spesso campo sentimenti di disaffezione odi indifferenza che consentono il sopravvento di uomini e istituzioni immeritevoli. Foscolianamente ci si potrebbe domandare: «Chè non si tenta?». Certamente sì secondo i moduli della più generosa vita activa cari a quel repubblicanesimo che, studiato e onorato in Nord America, è anch'esso di matrice romana e italiana. Capita, scriveva Tocqueville, che un popolo perda la propria memoria storica e non sia capace di ritrovare la patria «più in nessun luogo». Non per questo scompare l'interesse pubblico; e i cittadini torneranno a profondervi impegno se avvertiranno che ciò corrisponde al proprio interesse. Il paesaggio è anche di ciascun italiano e dalla sua difesa dipende la salute, fisica e mentale di tutti e delle generazioni future: Settis invita ad alzare la testa, a resistere, a denunciare, con coraggio ed energia, sulla rete o nei tribunali quanto di non retto accada nei territori.