Rosi, relatore del progetto del '93: ecco la verità NAPOLI - «E' dal 1993 che aspetto d'essere convocato: quell'anno consegnai il progetto di restauro di Palazzo Penne e dell'ambito comprendente piazzetta Teodoro Monticelli e Discesa Santa Barbara. Sia chiaro, a me non spetta più niente, sono stato già pagato, ma mi sento impazzire al pensiero che quell'edificio nato nel 1406, così bello e importante, vada in rovina». La testimonianza di Massimo Rosi induce a pensare che il processo per «danneggiamento e mancato restauro» apertosi il 28 gennaio scorso e rinviato al 25 marzo (sesta sezione penale, giudice Castaldi) potrebbe arricchirsi di altri imputati oltre all'ex governatore Bassolino e all'ex rettore dell'Orientale, Ciriello. E anche il recente blocco dei finanziamenti decisi dalla precedente giunta regionale per i restauri nel centro storico potrebbe rientrare negli atti previsti e puniti dall'articolo 733 del Codice Penale, se compromette l'integrità di monumenti come Palazzo Penne. Massimo Rosi ebbe l'incarico di progettare il restauro di Palazzo Penne da quella che allora si chiamava Soprintendenza di Collegamento istituita per sorvegliare e coordinare i restauri monumentali nelle zone terremotate (sede in Castel dell'Ovo, adesso si chiama Direzione regionale del Ministero Beni Culturali). Giuseppe Proietti e Ruggero Martinez furono i Soprintendenti che affidarono i 50 incarichi del «Piano di Recupero e Restauro del Patrimonio Monumentale Pubblico del Centro Storico di Napoli» ad altrettanti professionisti; Palazzo Penne toccò a Rosi, professore di Cartografia e Disegno, per la sua competenza sull'architettura catalana e meridionale del Rinascimento alla quale ha dedicato una vita di ricerche e numerosi testi. Il suo gruppo era composto dagli architetti Giancarlo Battista, Renato Piccirillo, Marco Ciannella, Antonio Zehender. Il 2 febbraio del 2001, appena letto l'annuncio sull'avvenuto acquisto di Palazzo Penne, Massimo Rosi si affretta a scrivere una lettera a Bassolino, all'assessore Luigi Nicolais, ai rettori Fulvio Tessitore dell'Università Federico II e Mario Agrimi dell'Università L'Orientale, dove precisava che il progetto «...redatto, secondo quanto richiesto e prescritto, è esecutivo cantierabile». E, a scanso di equivoci, sottolineava: «Pertanto reputo si possa utilizzare, proficuamente per tutti, quanto già prodotto e debitamente retribuito dallo Stato». Quattro anni dopo il crollo di un cornicione (dicembre 2005) rivela che a Palazzo Penne non è stato fatto un ben nulla, benché non ci fosse altro da fare che la gara d'appalto. Pochi mesi prima (4 marzo 2004) la Regione aveva affidato il Palazzo all'Università l'Orientale, con patto di comodato dove c'è scritto, all'articolo 4: «L'Università L'Orientale si impegna a ripristinare la struttura in oggetto secondo il progetto che sottoporrà a preventiva autorizzazione della Regione Campania». Ma il progetto c'era già, l'avevano visto e approvato due Soprintendenze: quella di Collegamento l'aveva mandata a quella competente per Napoli con sede a Palazzo Reale, e questa presumibilmente al Comune e alla Regione. Strano quell'articolo 4 del comodato, fa sospettare che il progetto firmato da Massimo Rosi non fosse conosciuto dai due contraenti, benché segnalato tre anni prima. Dal crollo del cornicione in poi ecco quel che succede: nel settembre Alda Croce, figlia del filosofo, scrive un accorato appello al presidente Napolitano; il consigliere della Presidenza, Louis Godart, risponde di aver ricevuto dal Comune di Napoli l'assicurazione che i lavori di restauro erano imminenti. Falso. Nell'aprile 2006 Alda Croce scrive a Bassolino. Nel marzo 2007 si scopre che sono in corso lavori abusivi nel giardino di Palazzo Penne; nel settembre successivo altra lettera a Bassolino per sollecitare i lavori, firmata da Alda Croce, Mario de Cunzo, Pino Di Stasio, Marta Herling (rappresentanti di Fondazione Croce, Istituto Studi Storici, Comitato Centro storico), rendendo noto che il professore Renato Sparacio ha messo gratuitamente a disposizione il suo studio per un preventivo sui costi. Circa 5 milioni di euro, con possibilità di graduare interventi e spesa nel tempo. Silenzio totale come risposta. Il 10 settembre 2007 il Comitato centro storico Unesco presenta in Procura l'esposto che suscita le indagini e il processo appena iniziato.