Fuga degli artisti dal Madre in crisi. Tre di loro, Clemente, Paladino e Bianchi chiedono ora la restituzione delle opere donate al museo. Valore delle opere, oltre 1,4 milioni di euro. La replica dell'assessore regionale alla Cultura, Caterina Miraglia: «Una scelta infelice e moralmente riprovevole». » Nella battaglia di comunicati e carte bollate tra Eduardo Cicelyn, il direttore del Madre, da mesi nel mirino della nuova giunta regionale, e la Regione stessa, è finalmente salito sul palco il convitato di pietra. Anzi i convitati di pietra. Tre fra i maggiori artisti italiani (di fama internazionale) che hanno donato al museo di via Settembrini alcune loro opere. Be', ora le rivogliono indietro. Francesco Clemente, Mimmo Paladino e Domenico Bianchi hanno mandato ieri mattina un fax al presidente e al direttore della Fondazione Donnaregina che regge il Madre e hanno chiesto «la restituzione cautelativa delle donazioni» e hanno annunciato «di aver conferito mandato ad un legale affinché siano valutati gli estremi per invalidare in modo definitivo gli atti formali» in mano alla Fondazione «qualora venissero effettivamente promulgate le modifiche dello Statuto». Al di là dell'inevitabile linguaggio burocratico i tre maestri non si fidano più. È cominciatala fuga dal Madre perché i firmatari della lettera non sanno in che mano finiranno le loro opere che sul mercato hanno un valore complessivo di un milione e 400mila euro. Si tratta di due tele di Francesco Clemente («Place of Power 1» e «Place of Power 3», entrambe del 1989, ognuna vale mezzo milione di euro), una tela di Mimmo Paladino («Senza titolo» del 1995: stimata 300mila euro) e due panche in marmo intarsiato di Domenico Bianchi (insieme ammontano a 100mila euro). Secondo i tre artisti, il nuovo assetto amministrativo snaturerebbe l'identità culturale del Madre: «Si decide di spalancare le porte all'ingresso di soggetti privati sia nella gestione amministrativa, sia in quella d'indirizzo programmatico del museo». A Clemente, Paladino e Bianchi non va giù neanche l'entrata di galleristi campani nel comitato scientifico. Ci sarebbe, scrivono, «la volontà politica di azzerare l'attuale gruppo dirigente» (leggi Cicelyn e Bonito Oliva) che ha realizzato «il clamoroso successo» dell'istituzione napoletana. In sostanza, il Madre, imboccando questa nuova strada, è «destinato a scomparire molto presto dalla scena internazionale» e le loro opere, collocate in un contesto «d'impoverimento culturale» riceverebbero un danno, una perdita di prestigio perché in preda a «interessi localistici e privati». Anche se i maligni possono immaginare che si tratta di una difesa di Cicelyn pro domo sua, è stata sparata la prima cannonata di quella che può essere la battaglia decisiva per il destino di un museo d'arte contemporanea che, in pochi anni, ha costruito un patrimonio di opere che farebbe gola a gallerie anche molto più antiche prestigiose. Si sta preparando la tempesta perfetta. E le pure parole sono autentiche pietre. Sembra difficile che qualcuno dei contendenti possa tornare sui propri passi. Finora ci si aggirava tra conti, cifre, bilanci. Un esercizio complicato di notai e commercialisti. Adesso il gioco si fa duro. Molti dei maestri di Donnaregina hanno stabilito negli anni (e molti anche prima) un rapporto di fiducia e collaborazione con l'attuale management. Giusto, sbagliato? Di fatto funzionava per il prestigio della struttura e, tra gli addetti ai lavori, anche di Napoli. I detrattori (molti dei quali snobbano tout court tutta l'arte contemporanea) hanno sempre pensato, detto e scritto, sussurrato o gridato, che il Madre drenasse troppe risorse senza ricadute sulla realtà napoletana. Una sorta di fortino, a suo tempo, protetto e foraggiato da Bassolino. E ora chi può, prova a uscire, prima delle temute invasioni barbariche.
Napoli. Lo scontro sul museo. Artisti in fuga dal Madre Miraglia: Scelta infelice
Tre artisti italiani, Francesco Clemente, Mimmo Paladino e Domenico Bianchi, hanno richiesto la restituzione cautelativa delle opere donate al museo di Napoli "Madre" in quanto si sentono traditi. Le opere valgono complessivamente 1,4 milioni di euro. I tre artisti si sentono ingannati dalla nuova amministrazione del museo, che ha deciso di aprire le porte a soggetti privati nella gestione amministrativa e d'indirizzo programmatico. I tre artisti temono che il museo sia destinato a scomparire dalla scena internazionale e che le loro opere subiscano un danno di prestigio. La Regione ha risposto che la scelta è infelice e moralmente riprovevole.
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