Capita che soggetti che hanno avuto responsabilità grandi in una gestione del territorio assolutamente carente, guardino con scetticismo ad alcuni progetti: quelli che in questi giorni schiudono la speranza verso una Napoli migliore, puntando su uno sviluppo capace di coniugare esigenze della contemporaneità e valorizzazione del patrimonio culturale. L'unico motivo che può indurli a tale scetticismo è da individuarsi nel fatto che proporre nuovi codici comportamentali-operativi evidenzia il fallimento di una politica senza una visione strategica del futuro. Se viene riconosciuta l'assoluta priorità della fruizione e della trasmissione alle generazioni future di beni di inestimabile valore storico e culturale - primo fra tutti l'insediamento dell'antica Pompei - non si può che condividere e sostenere il patto per lo sviluppo di Napoli. Un patto lanciato dal governatore Caldoro, dal presidente degli Industriali e da un imprenditore del calibro di De Laurentiis sullo slancio della sollecitazione di Della Valle, che invita la classe imprenditoriale più illuminata a intervenire con risorse economiche e capacità organizzative nella riqualificazione di un unicum mondiale a testimonianza del nostro passato. È questa un'occasione unica per realizzare quel modello di «tripla elica» capace dimettere in sinergia mondo delle istituzioni, mondo della produzione e mondo della formazione e della ricerca, per dimostrare che è possibile «fare» se si raccordano i soggetti che «vogliono e sanno fare». In occasione di un recente incontro promosso dall'Ordine degli Ingegneri sul tema della «Cultura tecnica per Pompei» sono state messe in luce le possibilità e le disponibilità di professionisti e tecnici ad impegnarsi a rendere sicuro, fruibile e sostenibile questo prezioso bene dell'umanità. In quella circostanza la facoltà di Architettura, da me presieduta, ha avanzato la propria fattiva disponibilità ad impegnare strutture, attrezzature e risorse umane per contribuire a mettere a punto un organico piano per sviluppare azioni appropriate alla dimensione dei fenomeni. Per dare concretezza a tale attività sono anche stati definiti gli apporti che ciascuna struttura incardinata nella facoltà può offrire: la Scuola di specializzazione in Restauro dei monumenti, sotto la guida e il coordinamento di una docenza fortemente multidisciplinare, è in grado, da subito, di impegnare 22 allievi già laureati in indagini e schedature che vanno dalla rilevazione dell'attuale sistema del regime delle acque e degli antichi sistemi dì smaltimento delle acque meteoriche alla mappature di creste murarie e di vegetazioni infestanti, dalla consistenza fisica e materica dei diversi elementi costruttivi all'analisi della vulnerabilità delle strutture. Questi ultimi aspetti sviluppati anche sulla scorta delle esperienze del Centro Studi «Plinius» che in passato ha già applicato con successo il metodo dell'analisi probabilistica di vulnerabilità basata su schedatura speditiva delle caratteristiche tipologico-strutturali degli edifici. Nel 2011, poi, le scuole di dottorato di ricerca, sia in Architettura che in Ingegneria, acquisiranno nuovi dottorandi, molti dei quali potrebbero curare particolari aspetti analitico-conoscitivi. Va infine segnalata la necessità di considerare l'area archeologica di Pompei come tessuto che deve necessariamente dialogare con la «nuova Pompei» e quindi relazionarsi alle realtà del bordo scavi, al sistema di accessibilità, alla Curia, alla Soprintendenza, all'Amministrazione cittadina; e tutto ciò non può non inquadrarsi nelle progettualità in itinere del nuovo Prg e anche in questo l'Università, con il suo patrimonio di studi e competenze, può dare il suo apporto tecnico e culturale. Ciò sempre a condizione che si riesca a scardinare la vecchia logica: «Se non l'ho proposto io, allora non s'ha da fare».