«Nel 1475, per la sua biblioteca, il Papa scelse il migliore dei tecnici...». La politica dell'arte: l'analisi del direttore dei Musei Vaticani, ex ministro L'arte ancora lo emoziona, come un innamorato quando incontra la donna amata. Antonio Paolucci, storico dell'arte, direttore dei Musei Vaticani, già Ministri per i Beni Culturali e Sovrintendente per il Polo Museale di Firenze, è sempre felice di ritornare nella sua terra: «Sono molto orgoglioso di essere nato a Rimini». Lo incontriamo a Forlì dove è in corso, ai Musei di San Domenico, Melozzo da Forlì - L'umana bellezza tra Piero della Francesca e Raffaello, la mostra da lui curata con Mauro Natale e Gianfranco Brunelli, fino al 12 giugno. Entusiasta, cammina per le sale, si ferma davanti al quadro di Melozzo da Forlì Sisto IV nomina Bartolomeo Platina Prefetto della Biblioteca Vaticana e commenta: «Questo quadro ha un alto significato politico: dimostra l'alleanza della chiesa con la cultura. Un'alleanza che ha prodotto la Cappella Sistina di Michelangelo, le Stanze di Raffaello, i prodigi di Gianlorenzo Bernini, di Francesco Borromini, di Pietro da Cortona...». Si interrompe e riprende con calore: «In questo dipinto si vede Papa Sisto IV della Rovere che consegna la bolla dell'affidamento della Biblioteca Apostolica Vaticana a Bartolomeo Platina, un grande umanista, uno studioso, un filologo, un uomo per cui i libri non avevano segreti. Questo è significativo. Nel 1475 un sovrano non sceglie per questo incarico, molto ben remunerato, un suo artico, un parente, un sostenitore politico ma un tecnico. Il Papa sapeva che il più bravo bibliotecario di Roma era il Platina e lo ha voluto come Bibliotecario Apostolico. Magari anche oggi facessero così... Quello che i nostri antenati avevano già capito si è andato via via offuscando e oggi non sappiamo più da che parte sta la cultura». Professore, ma lei da bambino come si immaginava da grande? Vengo da una famiglia di antiquari di Rimini, lo erano mio padre e mio nonno. Ho sempre respirato il profumo delle cose antiche. Sono stato un bambino fortunato. La sua famiglia cosa le ha insegnato? In fondo nulla. Mio padre mi teneva in bottega fin da piccolo, tutto è arrivato in seguito. C'è un pezzo della bottega di suo padre che l'ha impressionata da piccolo? Una scultura del Quattrocento, una splendida Madonna con il bambino dentro un tabernacolo dorato. Mio padre capì che l'amavo molto e decise di non venderla. Oggi la conservo gelosamente. Quando ha capito che l'arte sarebbe diventata la sua professione? Già al liceo mi era sembrato naturale studiare Storia dell'Arte, così dopo la maturità sono andato a Firenze, la capitale di tutte le arti. Da subito ho cercato di trasformare la passione in professione; ho vinto il concorso per ispettori - storici dell'arte. Ho scelto la carriera di sovrintendente, ho partecipato e vinto tutti i concorsi. Questo lavoro mi ha portato a Firenze, Venezia, Mantova, oggi ai Musei Vaticani. E' stato allievo dello storico dell'arte Roberto Longhi. Cosa le ha lasciato? Tutti i saperi che poi ho sviluppato nel corso del tempo. Mi ha insegnato la spregiudicatezza, la libertà di pensiero, la capacità di far saltare gli stereotipi, le convenzioni. Longhi era un uomo libero, sapeva guardare ogni volta l'opera d'arte con occhi nuovi. Non è facile, il suo insegnamento era una totale deregulation, faceva saltare tutti i parametri e le gerarchie facendo entrare subito nel vivo di un'opera d'arte. Sapeva mettere sempre la palla al centro per ricominciare il gioco. Questo è bello ancora oggi. La prima opera d'arte che l'ha emozionata? Un affresco nella chiesa gotica di Sant'Agostino a Rimini, affrescata da pittori riminesi del Trecento. Mi fermavo ore a guardarlo: nell'abside c'è il Cristo Pantocratore di Giuliano da Rimini probabilmente. Avevo undici anni e posso dire che lì è iniziata la mia passione per l'arte. Mi chiedevo: «Ma chi era costui? Come mai ha dipinto quest'affresco?». Ho cercato il nome dell'autore sull'enciclopedia e ho iniziato a studiare, a raccogliere notizie su di lui. Il ministro Tremonti tempo fa ha detto che: «Con la cultura non si mangia». Come risponde? È un vecchio stereotipo, lo diceva anche Orazio. Oggi nessuna ragazza si fidanzerebbe con un poeta che non fa quattrini. Ma la cultura è investimento. Non è importante sapere quanta gente va nei musei, a me interessa sapere che chi entra esce avendo capito qualcosa. Oggi i visitatori entrano, guardano, non capiscono nulla ed escono ignoranti come prima. Il vero investimento che si fa nella cultura è quello di rendere le persone più civili, colte di quanto non lo siano. Il profitto di un museo, di una mostra è il servizio che rende alla comunità. Si è mai detto: mi arrendo? No, uno si arrende davanti a sconfitte vere della vita: la morte, la malattia. Di fronte a tutto ciò che uno può affrontare, spesso divertendosi, non smette. A volte mi è dispiaciuto che il gioco finisse. Un museo che vorrebbe salvare? La Pinacoteca Nazionale di Bologna, ci sono Guido Reni, Chiarini, Carracci, Ludovico. Bisogna andarci, rimanerci un giorno intero e tornarci più volte. Cos'è per lei la bellezza? Un poeta arabo del XII secolo scriveva: «La bellezza è l'ombra di Dio sulla terra». Il privilegio di essere uomini è quello di poter conoscere, di avere la Rivelazione su cui riflettere e il primato della legge umana. Antonio Paolucci è nato a Rimini nel 1939. Laureato in Storia dell'Arte con Roberto Longhi nel 1964, dal 1980 è stato sopraintendente a Venezia, Verona, Mantova, Firenze. Poi Ministro per i Beni Culturali e Sopraintendente per il Polo Museale a Firenze e Direttore dei Beni Culturali e Paesaggistici della Toscana. Oggi è direttore dei Musei Vaticani. Fra le sue pubblicazioni: «Il Battistero di San Giovanni», «Michelangelo», «Museo Italia: diario di un sorpraintendente-ministro», «Il laboratorio di restauro di Firenze». Fino al12 giugno a Forti ai Musei di San Domenico Melozzo da Forti. «L'umana bellezza tra Piero della Francesca e Raffaello» - mostra a cura di Antonio Paolucci Mauro Natale, Daniele Benati.