L'antica Elea, patria di Parmenide, venne scoperta nell'800 e riportata alla luce solo in parte. Il gioiello è la Porta Rosa, chiusa al pubblico dal 2007 dopo un crollo Il monumento simbolo, la vera perla degli scavi archeologici di Velia (Sa), si chiama Porta Rosa. Questa struttura del IV secolo a.C., unico esempio al mondo di arco a tutto sesto greco, fu riportata alla luce nel 1964 dall'archeologo Mario Napoli, che la battezzò "Rosa" in omaggio alla moglie. Peccato che sia inaccessibile, a causa di una frana avvenuta nel lontano gennaio del 2007 sul costone sovrastante la via Sacra. L'area archeologica si trova nel comune di Ascea, all'interno del Parco del Cilento e Vallo di Diano, ed è patrimonio dell'Unesco. Alla biglietteria, quando visitiamo gli scavi il 22 gennaio, non c'è nemmeno un cartello a spiegare ai visitatori che non potranno vedere la Porta Rosa. E chissà per quanto altro tempo, visto che sempre in biglietteria spiegano che «ancora non è partito nemmeno il cantiere», nonostante da quel cedimento siano già passati quattro lunghi anni. Ma il disastro di Elea, questa antica città della Magna Grecia fondata nel 545 a.C., rinominata Velia soltanto diversi secoli dopo, nell'88 a.C., quando diventò municipio romano, non si chiama solo Porta Rosa. Eppure questa area archeologica è famosa in tutto il mondo, soprattutto per l'impronta lasciata nel pensiero filosofico occidentale dalla scuola Eleatica di Parmenide e Zenone. L'elenco dell'abbandono è lungo ma basta citare la "fonte sacra" appena visibile tra l'erba e recintata da un'improbabile staccionata arrangiata con tavole di legno inchiodate tra loro; il "pozzo sacro" ridotto a stagno per le rane e ricoperto da uno strato spesso diversi centimetri di melma verde; il teatro scavato e restaurato da pochi anni ma già abbandonato a se stesso, al pari delle tombe dell'ultimo lotto di lavori con i reperti sparsi sul terreno; per finire al quartiere in poligonale dal grande valore storico assediato dai rovi. La carenza di manutenzione fa davvero impressione. Anche trovare la stessa Porta Rosa, su una delle sommità naturali dell'acropoli, non è facile. Soltanto grazie ai cartelli, per fortuna ancora più alti, anche se di poco, delle erbacce, si riesce a individuare la strada di accesso. Peccato che poi sia sbarrata: "Vietato l'accesso al personale non autorizzato", recita il cartello posto al centro del primo ingresso. «Non oltrepassare questa linea», il secondo. Peggio che andare di notte i moderni capannoni costruiti per ospitare mostre e custodire antichi reperti e realizzati con i fondi europei, praticamente inutilizzati. Per chiedere conto dl questo disastro avevamo interpellato la direttrice degli scavi, Giuseppina Bisogno, che però ci ha fatto sapere che preferiva parlare dell'argomento assieme alla nuova soprintendente di Salerno, Avellino Benevento e Caserta, in carica dal 27 ottobre 2010, Adele Campanelli, che venerdì 28 gennaio ha visitato per la prima volta Velia. Dalla segreteria della Soprintendenza è stato comunicato a lef t che la responsabile, essendo stata «appena nominata non è in grado di parlare di quanto avvenuto finora e di conseguenza nemmeno della programmazione futura», in quanto al momento si sta «ancora guardando intorno». Tuttavia chi era presente durante la sua visita agli scavi assicura che si sarebbe messa «le mani nei capelli» per la situazione «critica» in cui versa l'area archeologica, tanto da essere rimasta «senza parole», in questo caso sembra davvero letteralmente. Al punto che avrebbe immediatamente disposto la riapertura al pubblico di Porta Rosa, chiedendo aiuto all'amministrazione comunale di Ascea, così da rendere «possibile sistemare una stradina esterna al parco archeologico, che permette di accedere nuovamente alla Porta». Un nuovo accesso che garantiscono sia «opportunamente segnalato, inserito nel normale percorso di visita e raggiungibile dall'acropoli». Una soluzione, questa, che giungerebbe dopo ben quattro anni di assoluto abbandono. Questo è quanto viene comunicato dalla Soprintendenza. Nei fatti, la settimana precedente il sopralluogo dell'archeologa Campanelli la porta era ancora inaccessibile. Ed è un dato confermato anche il calo dei visitatori: dalle 34mila presenze annue del 2006 che si mantenevano a questi livelli da almeno cinque anni, si è arrivati alle 29mila del 2009. E un vero peccato, perché Velia, al pari di tante altre aree archeologiche italiane, è un tesoro tutto da scoprire. Perché nonostante risalga all'800, la prima planimetria della città realizzata dal francese François Lenomant e dall'ingegnere tedesco Wolf Schleuning, che per primi si fecero spazio proprio tra rovi e sterpaglie, individuando le possenti e ciclopiche mura, antiche fortificazioni della città perduta di Elea-Velia, oggi soltanto un quarto degli oltre 90 ettari di scavi è stato svelato dagli studiosi. Tanto che si continua a lavorare, anche se a rilento. E come sempre per mancanza di fondi, nonostante in questi anni siano state portate alla luce importanti strutture, come le stesse terme romane costruite nel II secolo d.C., con il laconicum con i tubuli per il riscaldamento e il frigidarium, con nicchie alle pareti, vasca e mosaico pavimentale con soggetto marino. Sarà per questo che sempre più esperti internazionali, anche sui media italiani, chiedono all'Italia «di scavare solo se ci sono i soldi per conservare e musealizzare».
Velia, nuovo declino
L'area archeologica di Velia, in Italia, è stata abbandonata per quattro anni dopo un cedimento della strada di accesso alla Porta Rosa, un monumento simbolo del sito. La Porta Rosa, un arco a tutto sesto greco del IV secolo a.C., è stata riportata alla luce nel 1964 e non è stata più accessibile al pubblico. La Soprintendenza ha comunicato che la responsabile, Adele Campanelli, ha visitato il sito e ha espresso la sua preoccupazione per la situazione critica in cui versa l'area archeologica. La Soprintendenza ha annunciato che si sta lavorando per sistemare una stradina esterna al parco archeologico per permettere l'accesso alla Porta Rosa.
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